Recensioni
Tindersticks
Minute Bodies: The Intimate World of F. Percy Smith
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Marco M. Boscolo
- 8 Giugno 2017

I piccoli corpi del titolo sono mosche, ragni e tutta una varietà di microrganismi che l’autodidatta F. Percy Smith passò la vita a documentare su pellicola prima di decidere di farla finita avvelenandosi con il gas di carbone il 24 marzo del 1945, all’età di 65 anni. Qualche anno fa, l’opera di questo geniale precursore dei tempi è stata immortalata in un documentario mandato in onda da BBC4 in cui si narrano la sua storia e gli esperimenti con tecniche ed equipaggiamento che considereremmo oggi inadeguati allo scopo. All’epoca Percy Smith si inventò la tecnica del time-lapse (per riprendere lo sbocciare di un fiore), costruì strani aggeggi e organizzò piccoli stratagemmi per catturare su pellicola la straordinaria quotidianità del microcosmo su pellicola: in pratica, concepì Microcosmos con oltre settant’anni di anticipo. Seduto davanti alla televisione per vedere quel documentario c’era Stuart Staples, deus ex machina dei Tindersticks, che se ne innamora al punto da farci un film, su quei documentari pionieristici, investigando tutto ciò che è possibile conoscere sul loro originale autore.
Nasce così una collaborazione con il British Film Institute, che possiede il fondo Smith, e un’incessante lavorio per tentare di costruire un cut up di quei documentari che rendesse, a parere di Staples, giustizia alla bellezza delle immagine, all’innovatività dei microfilm, al genio dimenticato. Non se ne venne fuori. Si optò per tenere le sole immagini e di comporre per loro una vera e propria colonna sonora, un film d’atmosfera in grado di tuffare lo spettatore dentro al magico mondo di F. Percy Smith. Questo disco è il risultato di queste scelte, per l’ennesimo confronto tra Stuart Staples e il cinema (la discografia ufficiale della band è infarcita di una decina abbondante di soundtrack, sei delle quali per altrettante pellicole della regista francese Claire Denis) e una prova di grande sensibilità filologica. Per l’occasione, infatti, Staples si fa affiancare da Christine Ott, che si cimenta con uno strumento coevo a Smith, l’ondes martenot, uno strumento che potremmo definire elettronico-analogico, inventato dal francese Maurice Martenot, e già riscoperto, qualche anno fa, da un altro che di colonne sonore se ne intende, Jonny Greenwood dei Radiohead (all’epoca dei dischi “elettronici” Kid A e Amnesiac).
Il risultato di questo lungo e complicato processo è un disco estremamente riuscito che – dato assolutamente non scontato – regge anche senza il sostegno delle immagini per le quali è nato. Stuart Staples ci trasporta in un mondo di fantasmi, piccoli mostri in bianco e nero, con il dark soul della band che riemerge soprattutto nei brani più jazzati (la lenta e splendida Scarlet Runner, la sbieca World In A Glass Of Wine, la francesissima The Strangler) mentre altrove è musica molto espressionista che prova a emulare la natura e il mondo (si ascolti Fireworks per farsi un’idea). Non la più facile delle opere di Staples e dei Tindersticks, ma una delle più fascinose e originali. Non aggiunge nulla, forse, a quello che sapevamo delle qualità della band, ma mostra una sfaccettatura nuova del curriculum fin qui messo insieme.
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