Recensioni

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È sempre stata un’artista difficilmente inquadrabile Jennifer Lee. La producer losangelina, nota al mondo con il moniker TOKiMONSTA, pareva inizialmente la risposta femminile a Flying Lotus, che infatti l’aveva pure scritturata con la sua etichetta Brainfeeder, per un paio di uscite (una delle quali recensita, assai positivamente, anche su queste pagine). I primi due lavori sulla lunga distanza però già ridimensionavano queste sensazioni, riposizionando l’artista di origini asiatiche su territori più mainstream, in cui lo sghembo, gommoso e affascinante gusto wonky degli esordi lasciava uno spazio sempre maggiore a sonorità house e r’n’b più prevedibili.

Il nuovo album, Oasis Nocturno, è il secondo dopo il brutto momento vissuto da TOKiMONSTA nel 2015, quando le fu diagnosticata una brutta e rara patologia al cervello. I postumi della malattia e del conseguente intervento hanno poi lasciato Jennifer incapace di parlare, camminare e comprendere la musica per qualche mese. Dopo un periodo di recupero trascorso nella natia California, TOKiMONSTA ha iniziato nuovamente a comporre beats. È la collaborazione con la cantante belga Selah Sue ad aprire questa seconda parte di carriera e a fare da traino a Lune Rouge del 2017. A tre anni di distanza da quel ritorno arriva il nuovo disco, diviso equamente tra brani interamente strumentali e featuring vocali.

Oasis Nocturno conferma sia lo sprecato talento ritmico sia l’ormai conclamata deriva mainstream di TOKiMONSTA: i pochi brani davvero buoni giocano su atmosfere notturne e groove dopati, su funky futurista e psichedelia da cartoon. È il caso del singolo con la partecipazione degli EarthGang, uno dei brani più convincenti dell’opera che, con il suo mood lisergico e indolente, rielabora in chiave meno angosciata le passioni tossiche della trap, e di Come and Go e To Be Remote, arricchite rispettivamente da caldi inserti strumentali e fumosi rimandi jazz. Purtroppo il resto del lavoro si rivela meno creativo. L’iniziale Love That Never incrocia elettronica di ampio respiro e pop strumentale, sulla scia degli Odesza, mentre la successiva One Day declina soul-pop dalla spiccata vocazione radiofonica. I brani seguenti riportano l’opera su coordinate più black, ma Get Me Some suona fin troppo simile a un brano di Robin Thicke, giusto un poco più sofisticato e wonky. Renter’s Anthem introduce le tentazioni house, che in Up and Out tornano in chiave latina. L’influsso sud-americano contribuisce a rendere un poco più imprevedibile anche l’altrimenti banale soul elettronico di Phases.

Non basta il piacevole ed emozionante afflato world dei beat uptempo di House of Dal per farci ricredere su un album sì perfettamente confezionato, ma in cui ancora una volta manca quel tocco di libera creatività, di genuina pazzia.

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