• mag
    04
    2014

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Ci colpì, due anni fa più o meno esatti, l’esordio omonimo e autoprodotto di questa ragazza di Nashville, all’epoca ventiduenne, capace di tirarsi fuori dall’anonimato con una prova che guardava alla frugalità ruvida della prima PJ Harvey così come alla sua nemesi pop-rock (arty e dai marcati tratti femminili) Anna Calvi. Con l’opera seconda quella calligrafia già ben riconoscibile diventa un codice più strutturato, ma sostanzialmente ne è la naturale evoluzione, il secondo step lungo la parabola che porta al successo. Resta da capire a quale tipo di successo, se circoscritto alla dimensione “alternativa” – qualunque cosa oggi significhi – o se proiettato verso un ben più remunerativo mainstream.

Le nove tracce di questo Sprinter aprono e non chiudono la questione, sciorinando ballate scostanti ed enigmatiche (il lirismo cinematico e la cupezza folk wave di Son, You Are No Island, il valzer da penombra solenne di Ferris Wheel) accanto ad altre impetuose e accattivanti (una The Harshest Light dalle strofe quasi Eels, la fragorosa Strange Hellos), permettendosi in qualche caso di mischiare le carte con una certa disinvoltura (vedi soprattutto la title track). A titolo di valore aggiunto, ci viene poi concesso uno scorcio sui talenti complementari che rimpolpano e non di poco la portata, vedi gli ammiccamenti robotici quasi The Books in Cowboy Guilt o le palpitazioni scarnificate à la Marissa Nadler ma con levità Sufjan Stevens nella toccante The Exchange.

Chi sarà Torres – al secolo Mackenzie Scott – da grande non è facile adesso capire. Per il momento occorre prendere nota che possiede una voce abbastanza duttile e d’impatto, che sa disimpegnarsi tra melodie basali e sottigliezze complesse, che sa volgere il gioco delle etichette a proprio vantaggio (non è certo un caso che tra i credits compaiano due pjharveyani della prima ora come Rob Ellis e Ian Oliver). I requisiti non le mancano. La determinazione, credo, neppure.

25 maggio 2015
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