Recensioni

7.3

Nella musica come in tutto, c’è chi riesce a trasformare una tendenza ed elevarla a uno status quo definitivo, oppure c’è chi, con sguardo distaccato, si allontana da quella nicchia e osserva in silenzio, elaborando strategie atte al cambiamento. Mi ricordo bene di quando uscì Innerspeaker dei Tame Impala: i Duemila a quel punto erano un imbuto e tutto quello che era rimasto dei dieci anni appena trascorsi era filtrato, purificato, appiattito; la retromania  ci aveva colti tutti quanti in fallo, facendoci credere che cose relativamente vecchie con un nuovo look potessero ancora funzionare ed essere codificate come un chiaro segno di evoluzione. Gli Animal Collective erano già “mainstream”, i Liars già troppo elettronici, i gruppi dei Novanta già al giro di boa, pronti a qualche reunion o breve apparizione, magari perché qualcuno aveva da pagare le bollette. Poi arrivano questi cinque fricchettoni australiani con i foulard e i capelli costantemente unti, e trasformano Perth nel centro del mondo. Piacciono a tutti, i Tame Impala: sono fastidiosamente democratici, ma c’è qualcosa che, nel bene o nel male, li contraddistingue. Tutti tornano alla summer of love, fiori in testa manco fossero santi messicani, il Coachella si trasforma in una Woodstock da frasi Tumblr, però la cosa piace, in fondo è un abbraccio di spensieratezza pura dopo le paranoie, le incertezze, le storture di ciò che l’alternative americano ha prodotto negli anni precedenti. Ma poi com’erano fighi, quando suonavano International Feel di Todd Rundgren: stava tutto lì, amore cosmico, groove, belle vibrazioni.

Gli australiani sono così, solari, solo che quando quell’isolone torna sulla mappa e si schioda da quell’autoreclusione commerciale che aveva al massimo portato gli INXS in cima alle classifiche, qualcosa, subdolamente, si attiva. È una risposta sottocutanea, forse pure incosciente, figlia di altri dèi minori (Clinic?), ma è l’altra faccia della medaglia. Così, quando mi trovo a scartabellare tra le nuove uscite dal mio dischivendolo, è tutto un fiorire di neo-psych, pop-psych, qualcosa con davanti psych che comunque funziona; poi ascolto loro, i TOY: inglesi, crepuscolari, rigorosissimi. Due album in un anno, dalle foto promozionali sembrano dei vampiri vittoriani, praticamente dei Velvet Underground applicati alle sonnecchiose e grigie suburbs albioniche: ricordo anche che nel frattempo escono i Temples, stessa etichetta (Heavenly), ma hype smisurata (addirittura Noel Gallagher li incensa al primo singolo, pronti via), forse eccessiva per l’ennesima copia già a piede libero degli Impala.

I TOY invece sono un band meravigliosa: incarnano il rovescio esatto, l’austerità gotica del Vecchio Continente, che ha un che di geometrico, ma anche di corrotto, di storto; i testi declamati non parlano di ampie spiagge, viaggi nello spazio e mattine assolate, ma di tunnel concentrici e visioni mistiche: un sogno porpora che si distende tra le piaghe di suoni bassi, cavernosi, feedback lancinanti ma morbidi come gomma pane. L’omonimo, del 2012, esce quasi inosservato, ma incarna tutti questi aspetti: s’intravede già un songwriting  ispiratissimo, soprattutto sui lenti (Walk up to Me, una meraviglia di canzone), ma siamo solo all’inizio della caverna. L’anno dopo con Join the Dots, già berlinese dalla cover, si offre come un labirintico poliedro, un viaggione di quasi un’ora a ritmo sostenuto, uno dei migliori ritorni al kraut che la psichedelia dei Dieci abbia messo a referto; c’è chi lo reputa complicato, ripetitivo, noioso, ostico. È meraviglioso anche quello, pochi cazzi: questi sembrano mostrare un approccio alla materia che è pura, diretta, essenziale, ma coglie tutti gli aspetti, i suoni sono rotondissimi e ti avvolgono letteralmente. Il buon Vitale, invece, scrisse del loro terzo (circa tre anni fa) come di un passaggio importante verso una scrittura più quadrata e meno serpentina: i Television emergono su (quasi) tutto, gli spunti sono al solito interessanti ma manca qualcosa, Clear Shot si ferma un passo e mezzo prima e non ti resta addosso come le altre cose. Poi li vedi dal vivo, e capisci cosa non funziona: poco pathos, poca enfasi, il tunnel è ormai illuminato da led rosastri, il ritmo si affranca, gli arrangiamenti si ingentiliscono, si fanno leggeri. Sono precisi, ma ingessati.

Quando ho letto di Happy in the Hollow, ho pensato: “perché adesso? troppo presto”. Mi aspettavo che avrebbero passato almeno altri due anni a lavorare sodo e stupire, in fondo manca poco al traguardo, alla forma compiuta: il singolo The Willo/Energy è la prima doppietta in anteprima, e lascia trapelare un ritorno alle spigolosità geometriche del primo periodo. Poi esce Sequence One, che poco o nulla toglie o aggiunge al mix; poi ancora un lento, ma non bello come quelli a cui ci avevano abituati. Emerge una vena new wave sempre più marcata, ricordano molto i Cars in Mechanism, riportano alla memoria i mausolei, le colonne di cemento, gli angoli ottusi della Bauhaus. Ascoltato nell’insieme, Happy in the Hollow è forse però il quarto disco che più o meno tutti vorrebbero avere nella propria discografia: una summa totale di ciò che è stato fatto, non una retrospettiva però, neanche un borioso bignami. È un album in cui, finalmente, i TOY lasciano convivere questo loro animo romantico e Paisley (la chiusura di Move Through the Dark, Last Warmth of the Day che ricorda dei Love tristi e rallentati dall’oppio) con l’atavico ritmo tribale che li attraversa (Mechanism, Energy). C’è una gran cura negli arrangiamenti, questa volta non solo abbozzati come nel predecessore, forme chiuse e nette, suoni che tornano ad affascinare (qualche arco qua e là, forse un theremin, qualcosa di spettrale che aleggia, come in Mistake a Stranger), e la band ci riesce lavorando in sottrazione, come in The Willo, drum machine e chitarre scritte molto bene, in questo non hanno mai deluso. C’è un brano che s’intitola Strangulation Day, anche lì macchinette e rigore, less is more, ritmo ottuso, come un pendolo, sempre contorto e oscuro. Dentro c’è pure una cosa esclusivamente strumentale, che non trovavamo dal disco d’esordio, una stranezza, un piccolo rito che ricorda lo Skip Spence di Oar. Bella sorpresa.

Finalmente, oltre al buon gusto e alle buone intuizioni, si sente un qualcosa di realmente autoconclusivo, un passo ulteriore che traccia una linea progressiva, cosa che fa ovviamente ben sperare per altre, eventuali, prove. Ci troviamo senza alcun dubbio di fronte al loro album più compiuto e affascinante, proprio perché emerge ascolto dopo ascolto, con pazienza delinea un tessuto sonoro elaboratissimo, dove niente è buttato o lasciato al caso (barocco, come per i sopracitati Temples). Un album dove anche quest’ordine è elevato da un vago sentore caotico, un pizzico di malanno che mancava a Clear Shotla cui formalità viene qui stravolta.  D’altronde avevano le carte per distinguersi da quella macro-nicchia, e si stanno smarcando con discreta classe. Vi prego, continuate ad essere così cupi ed evocativi.

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