Recensioni

Ruderi di colonne con foglie di acanto sui capitelli, sullo sfondo un cielo minaccioso: già dalla copertina, il decimo disco del trio Nathan Means-Philip Manley-Sebastian Thomson vuole essere un compendio di un determinato suono (quello che un tempo si definiva post-rock) e della stessa band. È un’immagine che, assieme ai suoni che porta dentro/dietro, urla: “Noi siamo qui, magari invecchiati, mentre attorno s’avvicina l’inferno”.
Registrato in tre anni incastrando gli impegni dei componenti, Volume X si presenta sicuramente come un disco che ha dalla sua la voglia di non crogiolarsi nel manierismo, proprio per non cedere a quell’inferno. Ovvio, sono pur sempre i Trans Am, quindi si sa già cosa aspettarsi: un ventaglio sonoro vasto, ogni pezzo dalle coordinate completamente diverse da quello che lo ha preceduto, scarsa omogeneità di fondo. Ma questo quadro disgregato è ormai diventato il loro marchio di fabbrica: un elemento tipico che paradossalmente rende coerente la loro carriera, come una linea che unisce i punti, dove i punti sono i dischi.
Sulla base di queste premesse, per il disco sono arrivate stroncature che paiono ingiustificate: questi sono i Trans Am, prendere o lasciare, soprattutto vista la lunghezza della loro carriera. Meglio magari concentrarsi su ciò che davvero conta: la scrittura, la brillantezza degli arrangiamenti, il modo in cui ogni pezzo riesce o meno a dare spunti alle orecchie. E da questo punto, per chi scrive, Volume X fa il suo dovere.
Il biglietto da visita è la bella Anthropocene: un pezzo doom, area Sleep, ma con una componente meno psichedelica e dura e più angelica (e no, non siamo dalle chiesastiche parti degli Om, nonostante l’organo faccia di tanto in tanto una comparsa). Pubblicato ovviamente dalla compagna di sempre Thrill Jockey, la scaletta propone all’ascoltatore, da qui in poi, suoni disparati: Nightshift, ad esempio, è quella del lotto con più motorik sound in corpo, dove però il ritmo non prende mai la tangente per via di un minutaggio breve, pur restando coinvolgente per il buon lavoro sui timbri che rendono il groove affascinante. Ci sono i vocoder, ma non hanno la preminenza che avevano avuto in Thing, e si infilano in momenti di synthpop che, quando pare debbano cadere nell’anonimato o nella noia, mantengono uno squarcio melodico che li redime (il refrain battente che spunta in Reevalutations ne è esempio). C’è la dolcezza dei Kraftwerk che ballano un lento con Gary Numan in I’ll Never, c’è l’assalto metal come un aggancio timido alla jungle, c’è l’elettronica dei Glass Candy e c’è Moroder, lo space hard rock e il folk sinfonico. C’è tutto questo, ed è quasi sempre al punto giusto, anche nei momenti in cui generi diversi riescono finalmente a convivere nella struttura di uno stesso brano.
Al netto di alcuni brevi momenti in cui forse il suono non è a fuoco, Volume X è un lavoro che si fa ascoltare con estremo piacere. Non avrà l’effetto-sorpresa, nè suggerimenti per il futuro, né hype, ma queste sono cose secondarie: i Trans Am volano mediamente alti, lasciandosi dietro i tentativi di coesione forzata dei dischi precedenti e procedendo con naturalezza. Quanto mestiere ci sia in una band alle soglie dei venticinque anni poco importa, se questi sono i risultati.
Amazon
