Recensioni

I primi scorci del 2016 sembravano averci consegnato un Adrian Thaws finalmente ritrovato e con le giuste visioni a cui dare seguito. Parliamo dell’esordio con il progetto Skilled Mechanics, con il Nostro a preferire quasi sempre l’ombra della regia al microfono, oltre al solito parterre di ospiti e compagni di viaggio già precedentemente imbarcati a segnarne il destino (Francesca Belmonte über alles). A distanza di un anno dal succitato album, e a ben tre anni dall’ultimo pubblicato con la ragione sociale Tricky, il musicista inglese torna con un disco che deluderà chi era in attesa di un colpo di coda definitivo e in grado di ridurre le distanza tra le nuove produzioni e quelle appartenenti ad un passato che ha – mai come oggi – aura di gloria e mistero.
Merito o colpa di un artista che raramente ha risparmiato una trasfigurazione in musica di ossessioni e demoni interiori. Abituati come siamo ad assaporarle e a viverle quelle frustrazioni, lascia spiazzati leggere nelle note stampa che accompagnano il nuovo Uniniform di un «breve viaggio nella felicità e nella grazia», come a voler segnare l’inizio di un nuovo percorso che sappia riflettersi anche in musica, la sua. La nuova prova così si copre del solito manto a fitte trame intessute da ospiti (quasi sempre) all’altezza del loro compito (fatta eccezione per l’evitabile feat. con Asia Argento in Wait For Signal che riesce a rendere addirittura “angelica” la voce del Nostro), mostrando però la caducità di un musicista che sembra voler continuare la sua traversata in folle, restio a cambi di rotta avventati e bruschi, eppure più che mai necessari. Stringi stringi, lo spirito di Ununiform aleggia intorno a rotte già ampiamente navigate: un rodato crossover a base di scuro trip-hop (Blood of My Blood con il feat. del giovane Scriptonite), spruzzate di un soul ben valorizzato dalla solita Belmonte (New Stole) e cortocircuiti schizofrenici (Same as It Ever Was) con i mugugni gutturali di Tricky – una volta tratto distintivo e suggestivo – ad accompagnare. Riesce però ancora a convincere quel rimando di contrasti giocato sulle voci angeliche delle sue muse ed un cantato luciferino che ha però perso il proprio smalto originario: tra le prove degne di nota figurano senza dubbio l’eterea The Only Way, con un piano jazzy, accordi secchi e un beat lacerante a dettare le coordinate del viaggio, così come svetta la conclusiva When We Die, con una Martina Topley Bird in stato di grazia tanto da riportare i rantoli del Nostro a una condizione verosimilmente umana.
Ununiform è un disco che si prende pochi, pochissimi rischi. Scorri la scaletta e hai l’impressione di ricevere tutto ciò che avevi immaginato prima di schiacciare play ma – paradossalmente – con una prospettiva che si restringe e con una produzione che vive di buoni (anche ottimi) episodi ma costantemente sottotono e non all’altezza della statura artistica di Thaws. Con un orecchio teso a quelli che sono stati i suoi 90s, lo attendiamo al varco per una rinascita artistica onnicomprensiva che stenta (purtroppo) ad arrivare.
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