Recensioni

7.4

Malinconia, dolcezza, disagio, trasporto, amarezza. Queste sono solo alcune delle sensazioni che scaturiscono dalla musica dei Wilco, una band che come poche, pochissime altre, può vantare un’integrità e un valore senza eguali. Un gruppo che si ama e basta, senza riserve, e che in vent’anni di carriera ha saputo alternare capolavori a “soltanto” ottimi dischi. Insomma, possiamo davvero affermare che i Wilco siano uno dei più grandi gruppi di sempre, e viene da chiedersi cosa ne sarebbe stato di loro senza il leader Jeff Tweedy, che, dal principio, ne rappresenta il fulcro poetico ed anche emotivo.

Possiamo però anche porci l’interrogativo opposto, perché stavolta il buon Tweedy si presenta da solo, con un album che è il suo primo ufficialmente da solista, anche se in realtà lo è solo a metà: non solo perché è inevitabilmente legato al sound di provenienza, ma anche perché è stato registrato con un ospite/collaboratore d’eccezione, ovvero il figlio diciottenne Spencer. Sukierae è il primo lavoro di Tweedy senza i suoi compagni, ed è un disco pensato, nato e dedicato alla sua famiglia, come conferma anche il titolo, che riprende il nomignolo della moglie Sue Miller.

“Ho dovuto aspettare diciotto anni per registrare questo disco, perché dovevo far crescere un batterista”: con la sua solita ironia, il Nostro ha spiegato che l’idea di un lavoro in solitaria era già nell’aria da tempo, come dimostrano i numerosi progetti al di fuori del gruppo che lo hanno visto protagonista in questi anni. Un paio di importanti produzioni (Mavis Staples, Low), ma anche tour acustici in giro per gli Stati Uniti e collaborazioni illustri, come ad esempio Song Reader di Beck, a voler forse ribadire la sua doppia identità di frontman e di songwriter profondamente immerso nella tradizione americana. In sintesi, potremmo dire che Sukierae rappresenta un ulteriore tassello nel percorso umano e artistico di Jeff Tweedy, ed è facile capire perché abbia voluto il figlio come compagno di viaggio. Già abile polistrumentista, Spencer sembra avere la medesima sensibilità del padre, la stessa curiosità che ha spinto l’adulto, a suo tempo, a voler esplorare gli infiniti meandri dell’Americana, del folk e del country. Cambiati i tempi e le modalità, ma con lo stesso rispettabilissimo background, padre e figlio viaggiano attraverso vent’anni di contemporaneità, e il risultato è Sukierae, un disco appassionato, intenso, profondamente vero. Venti brani per oltre 72 minuti di musica, che si aprono con la rabbia incalzante di Please Don’t Let Me Be So Understood; un mix di generi che spazia dal rock al folk, dal country all’avant pop, passando per jazz e psych, come dimostra la grande varietà dei brani.

A provarlo, episodi maggiormente classici quali World Away e I’ll Sing It, con chitarre corpose e volumi elettrificati, così come gli assoli dilatati e struggenti di Diamond Light Pt 1 e Slow Love, in cui riecheggia l’inquietudine sintetica di I’m Trying To Break Your Heart. Altrove, ritroviamo tutto il fascino della polvere Americana: la disarmante dolcezza di Honey Combed, esempio di quella malinconia acustica marchio di fabbrica dei primi Wilco, così come il country da manuale di Fake Fur Coat, o la freschezza sixties/pop di Summer Noon e New Moon. Ad unire il tutto, una fragilità sospesa, una tenerezza inquieta, direttamente indirizzate alla già citata moglie Sue. Qualcuno, forse, potrà rimproverargli di non aver aggiunto nulla di nuovo alla già esaustiva discografia dei Wilco, così come qualcun altro considererà Sukierae solo un’avventura estemporanea o l’ennesima variazione sullo stesso tema, ma in fondo cosa importa? La bellezza di questo disco sta nella conferma che Jeff Tweedy continua ad essere quello che è, ovvero una figura genuina e visionaria, a suo modo straordinariamente carismatica e soprattutto ancora capace di grandissimi episodi. Vi basta?

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