Recensioni

7.2

Terzo disco in meno di tre anni (Sunken è del 2013, Wild Onion del 2014), Down In Heaven è il ritorno sulle scene dei chicagoani Twin Peaks. Giovane band ispirata tanto dagli Stones, dai Kinks quanto dal power-rock-pop degli ultimamente pluri-citati The Replacements (senza dimenticare gli occhiolini strizzati qua e là a Supergrass e Beatles), i Twin Peaks compiono in questo album un deciso passo in avanti rispetto al passato, smussando tutti gli spigoli vivi delle precedenti prove e migliorando (nettamente) sotto l’aspetto compositivo e sotto quello del confezionamento, con una produzione adesso adeguata (in regia qui c’è John Agnello, già al lavoro con Dinosaur Jr) e, in alcuni momenti, pure ricercata.

Tredici tracce che ondeggiano nostalgicamente tra i già citati Stones era Exile… (Wanted You, Stain, Keep It Together), i Kinks (Walk To The One You Love, Lolisa) e i Black Lips (Cold Lips), di cui i Twin Peaks si possono forse considerare la versione più educata e meno rozza. L’ingresso in organico di un quinto elemento (il polistrumentista Colin Croom) ha poi dato più sostanza (la pasta del sound è decisamente più consistente) e allargato le prospettive della band che esce veramente trasformata da dai due anni di pausa dal precedente lavoro in studio.

Down In Heaven è l’album della maturità: se in passato i Twin Peaks avevano mostrato del buon potenziale e qualche lampo di talento, nel loro ultimo lavoro sono andati oltre qualsiasi previsione. Un ottimo ritorno

 

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