• Apr
    28
    2015

Album

Odd Future Records

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Non ci piacciono le analisi troppo sbilanciate sul contesto, ma il fatto è che Tyler di contesto ci campa, ovverosia la sua musica non è certo un accessorio ma è comunque uno dei tanti business in cui è versato, perfettamente calato com’è nella parte dell’entertainer imprenditore di se stesso, figura tipicamente americana e per la quale manca infatti una traduzione soddisfacente in italiano. Gli Odd Future sono musicisti di talento (pensiamo a Frank Ocean e Earl Sweatshirt) e a guidarli c’è Tyler, che è soprattutto un simpatico pain in the ass, un comunicatore chiassoso e a ben vedere presenzialista, perfettamente a proprio agio con la sua attitude – altra parola intraducibile – “contro” al fianco di gente come Jimmy Fallon e Jimmy Kimmel, David Letterman e Arsenio Hall, nei cameo di serie come Mindy Project e Black Dynamite, contentissimo di avere fatto un casino con tre commercial girati per la Mountain Dew, giudicati – un po’ frettolosamente – come “i più razzisti della storia” e subito ritirati.

Ecco, in un contesto che è quello americano, da sempre diviso tra il buonismo del politicamente corretto a tutti i costi e il compiacimento del politicamente scorretto a tutti i costi (all’insegna delle seven dirty words del Maestro Carlin: shit, piss, cunt, fuck, cocksucker, motherfucker, tits), Tyler trova confortevole spazio d’azione e precisa collocazione sul mercato, bacchettato da media e opinionisti per quello che in fondo è solo uno dei tanti cliché del mondo hip hop, ovvero il linguaggio omofobo (faggot; ma anche Louie CK spiega bene come va inteso il termine) e misogino (allineato allo stilema che vuole le donne bitches), ostracizzato da certi organizzatori – e da interi paesi, pare – perché devasta le location e incita gli spettatori a darsele di santa ragione o prendersela con la polizia. Il merchandise degli Odd Future va a ruba, ogni mossa del collettivo è sotto i riflettori, grazie all’endorsement dei tipi giusti e ai dissing contro pop star varie e al chiacchiericcio social che ne consegue. Quello di Tyler è un ribellismo ostentato e – proprio per questo – naïve, un ribellismo corporate, di chi va al Coachella ma poi insulta tutti, di chi vuole essere un musicista alternativo ma di moda, ed è corteggiato a destra e a manca, amato dai ragazzini e dai critici hipster. Forse è così che possiamo sintetizzare l’atteggiamento swag, parola-totem probabilmente lanciata da Jay-Z ma poi completamente cavalcata da Tyler e dai suoi: prodotti buoni, non memorabili, molto fichi, molto bene confezionati (Cherry Bomb ha cinque variant cover, di cui una “scandalosa”), con contorno di buzz e autoimbrodamenti – in fondo sovrastimati anche e soprattutto da chi li trova esagerati – a ingolosire il pubblico, che spesso dà lo stesso peso a un tweet come a una canzone.

Sul disco c’è poco da dire, ma non perché sia brutto. È diviso tra due anime (sintetizzate dal brano Pilot), una votata a un (elect)rock scuramente psichedelico, strapazzato e distorto, probabilmente influenzato dalla foga strozzata dei Death Grips (si vedano Deathcamp, anche singolo, e la compressissima title track), una votata a un languido e cremoso r’n’b/soul jazzato (alla The Internet, uno degli spin off degli Odd Future), al meglio in brani come 2seater. I pezzi casinari sono meno piacevoli, spesso sulla soglia del guazzabuglio, ma più riusciti, perché ficcanti e più personali; i brani “lounge” invece non vanno oltre l’artigianato condotto con consumato expertise. Una cosa che si nota su entrambi i fronti è che sì, i pezzi sono rappati, ma che il rapping è in secondo piano nell’impasto generale dei suoni; sappiamo che Tyler è stufo di essere etichettato come “artista rap” e questa è una cosa molto interessante in prospettiva (se davvero sarà il prodromo di una transizione verso altro, per esempio un approccio più da produttore o da vocalist senza aggettivi), ma qui ancora non risolta. In sintesi, un disco di alternative hip hop buono, con momenti più in primo piano di altri, ma niente più. Laddove con “alternative” sappiamo bene che non dobbiamo intendere altro che una delle tante etichette merceologiche.

2 Maggio 2015
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