Recensioni

6

«Tradimento (s. m.) l’atto e il fatto di venire meno a un dovere o a un impegno morale o giuridico di fedeltà e di lealtà, con particolare riferimento al dovere o all’impegno di essere fedele al coniuge o alla persona cui si è uniti da un rapporto d’amore e d’affetto». No, tranquilli, non abbiamo preso a prestito la Treccani per accendere i fari sulle vostre scappatelle extra-matrimoniali; parliamo di tradimento perché a quello somigliò l’ennesima svolta artistica degli U2 consumatasi all’alba del presente millennio.

E sì che erano anche recidivi, Bono & Co.. Per molti, avevano già tradito una prima volta all’inizio degli anni ’90, quando con una delle più incredibili e onnicomprensive metamorfosi che la storia del rock ricordi, avevano rinnegato la versione di se stessi fin lì offerta per riapparire dalle brume del declino nei panni di decadenti bohèmien inebriati dall’elettronica. E non fu un fuoco di paglia ma l’incipit di un nuovo inizio, un capitolo che sarebbe durato una buona decina d’anni e che fruttò alla formazione irlandese un massiccio ricambio nella fanbase: fuori coloro – i più attempati, i più “ideologici” – che non avevano digerito la svolta “acida”; dentro schiere di nuovi adepti, nella maggior parte dei casi più giovani e meno recalcitranti alle possibilità offerte dal melting pot.

Ora però, dopo un decennio di sperimentazioni, contaminazioni ed esplorazioni, gli U2, con un’altra capriola dialettica ed estetica, sconfessavano di nuovo la loro linea, tornando alle origini. Mossa da prestigiatori? Numero da circensi? Niente di tutto questo. La giravolta di cui sopra fu solo uno spasmo nervoso figlio del terrore di sparire dalle scene e cadere in disgrazia. Dopo i numeri non esaltanti degli ultimi anni, accentuati dalle perdite finanziarie dovute agli esosi costi dei due tour dei 90s, oltre che ad alcuni investimenti infruttuosi, bisognava tornare a offrire alla gente ciò che si aspettava dagli U2: a questo servì All That You Can’t Leave Behind, titolo che era più una dichiarazione d’intenti.

Per molti di coloro iniziati nella fonte battesimale dello ZOO TV fu un colpo durissimo, quell’annunciata rinuncia all’elettronica in favore del ritorno alle radici del sound “uduico”. Dov’era finita – ci si chiese – la band alla costante ricerca di nuovi territori dove portare il rock? Quella che passava dal cinema alla lirica, alla dance con disinvoltura pari alla voglia di stupire, di aprirsi nuove strade? Bum. Sparita di colpo. E a poco servì che in Beautiful Day, il primo singolo estratto, fosse presente una drum-machine che martellava sottotraccia dal primo all’ultimo secondo, cosa mai avvenuta prima. No. Ormai era passato – con la complicità della stessa band – il messaggio che il nuovo corso fosse improntato al più classico back to the roots, al ritorno al bianco e nero dei tempi andati, e che il disco fosse molto più scarno in fatto di sonorità. Ma era davvero così?

In realtà, l’approccio ai lavori non fu troppo dissimile dal precedente album, Pop. Di elettronica ce n’era anche qui, solo che restava sullo sfondo, in secondo piano rispetto ai pilastri del suono tipicamente riconducibile alla band e, soprattutto, un passo indietro rispetto a un inedito e spinto piglio easy listening quello sì discutibile. In verità, il risentimento verso il gruppo non era tanto dovuto a una questione di forma – si possono fare dischi brutti anche con i synth – quanto a evidenti lassismo e pigrizia in fase compositiva, con Bono sempre più leader part time impegnato com’era nei panni di attivista nella campagna Jubilee 2000, oltre al fatto che il mood generale del lavoro – stucchevolmente ottimista, positivo, a tratti melenso – a un primo impatto suonava artefatto.

Per carità, col tempo, e alla luce di quanto gli U2 hanno saputo offrire dopo, ci si è riappacificati con quest’opera, ma all’epoca non parve vero che da un disco del quartetto dublinese potesse uscire così tanto miele da rischiare una crisi iperglicemica. Quella vischiosa sensazione di un ensemble ormai in pace col mondo fu un pugno nello stomaco per chi era cresciuto con gli U2 irrequieti e disturbati degli anni ’90, e suonava insincera soprattutto perché per la prima volta il quartetto si comportò secondo una strategia che pareva studiata a tavolino più per ragioni di marketing che artistiche. ATYCLB nasceva dalla necessità di riconquistare il pubblico generalista e si innestava nel solco di una nuova politica tesa alla monetizzazione del marchio già inaugurata con la pubblicazione, nel 1998, della prima antologia, The Best Of 1980-1990, rappresentandone la degna prosecuzione in tema di brani inediti.

Ma fu anche un album figlio del momento che i membri del gruppo stavano vivendo a livello personale. A differenza del succitato e modaiolo predecessore, ATYCLB era senza ombra di dubbio un disco adult oriented, figlio di adult experiences (non che gli U2 nelle loro canzoni abbiano mai parlato di sballo e feste in piscina), di momenti segnanti come la nascita di un figlio (nel 1999 erano nati sia il quintogenito del chitarrista The Edge che il primo erede maschio di Bono), la malattia di un genitore (il padre del cantante si era da poco ammalato di cancro) o la propria (lo stesso frontman fu operato alle corde vocali per un nodulo alla gola che all’inizio fece temere ben di peggio).

Alla luce di ciò, ATYCLB poteva essere inteso come un inno alla vita, un’ode al recupero dei valori essenziali, un canto in onore della pace universale. Ecco quindi acquisire un senso il clima sdolcinato, con conseguente cambio di approccio anche per quanto riguardava la scrittura dei testi. Il piglio poetico e allegorico cedeva il passo a un songwriting molto più esplicito e confidenziale («You’re out of luck / And the reason that you had to care / The traffic is stuck / And you’re not moving anywhere, da Beautiful Day; oppure «You gotta stand up straight / Carry your own weight / These tears are going nowhere, baby», da Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of). Bono a tratti pareva trasformarsi in una sorta di filosofo zen dal linguaggio comprensibile, fraterno, acquisendo anche, in certi momenti – ma non era una novità – uno strano piglio “giornalistico” che faceva capolino qua e là sotto forma di riferimenti che fotografavano determinati fatti di attualità per meglio fissare le canzoni nella storia dell’uomo. Era già successo con The Playboy Mansion (da Pop), dove c’erano rimandi espliciti a Michael Jackson e al processo all’ex giocatore di football OJ Simpson, e la cosa si ripeteva adesso in Kite, dove il cantante si descriveva come «The last of the rockstars / When hip-hop drove the big cars / In the time when new media / Was the big idea».

Anche musicalmente, la necessità di appigliarsi alle certezze si concretizzava, oltre che nel ritorno a determinati stilemi sonori, nella scelta dei produttori, due vecchie conoscenze della band che rispondevano ai nomi di Brian Eno e Daniel Lanois, ossia coloro che li avevano plasmati a metà degli anni ’80, e che da allora erano sempre rimasti nell’orbita dei quattro prima dell’infatuazione di questi ultimi per le discoteche che li spinse a cercarsi nuove spalle (tra l’altro, occasione per testare il ritrovato feeling era stata la summenzionata raccolta del periodo 80s il cui unico “inedito” era un brano, Sweetest Thing, risalente alle session di The Joshua Tree e opportunamente riarrangiato e reinciso proprio con l’ausilio dei due producer storici).

Eno e Lanois affinarono e per certi versi enfatizzarono il ritorno al passato, con la riappropriazione del bagaglio di sonorità pre Achtung Baby. Non di rado la costruzione dei brani partiva da un particolare suono o da una particolare sequenza di archi o tastiere. E se chiara era la metodologia che aveva portato a dischi come The Unforgettable Fire e The Joshua Tree, altrettanto vero era che non si disdegnavano le direttrici ben note alla band fin dai suoi primi tre lavori (dove Eno e Lanois non c’erano). Il tutto, ammantato di un’aura radio-friendly in certi casi fin troppo spiccata, tra gospel elettrici non proprio epocali (il secondo estratto Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of), intermezzi punk-rock che dieci anni prima, probabilmente, sarebbero stati B-side di qualche singolo (Elevation, terzo pezzo scelto per radio e videoclip) e momenti anthemici in stile Pride che però della mitica song ispirata a Martin Luther King non avevano certo lo spessore (Walk On, quarto estratto e brano dedicato alla allora leader dell’opposizione politica birmana Aung San Suu Kyi).

Probabilmente, il vero disco pop degli U2 fu questo, tant’è vero che la sua funzione commerciale la svolgerà egregiamente. Grazie a ATYCLB gli U2 riconquisteranno il mercato americano, da sempre quello più attenzionato dalla band, e avranno l’opportunità di mettere in piedi uno dei loro tour più belli, col ritorno all’essenzialità anche negli spettacoli dal vivo e il conseguente addio (ma durerà poco…) a palchi e scenografie megagalattici. Non solo. A distanza di un anno dalla sua pubblicazione, il disco vivrà una seconda ondata di consensi tornando a occupare i piani nobili della classifica di Billboard perché evidentemente il pubblico americano vi troverà un poco di conforto dopo la tragedia dell’11 settembre (chi c’era, ricorderà le date live degli U2 negli USA durante l’autunno 2001 come momenti di pura catarsi collettiva). E le ciliegine sul ritrovato feeling con l’America saranno, oltre alla seconda copertina di Time – dedicata però al solo Bono «salvatore del mondo» – l’invito alla band a esibirsi nell’halftime show della finale del Superbowl (3 febbraio 2002) e i sette Grammy Award vinti tra la 43ma e 44ma edizione dei prestigiosi riconoscimenti. Ma non è finita, perché il successivo album, How To Dismantle An Atomic Bomb, di “grammofoni” se ne aggiudicherà ben nove (senza contare la liaison con Apple per il lancio della quarta generazione di iPod classic e il fatto che Obama inserirà City Of Blinding Lights tra le canzoni ufficiali delle sue campagne elettorali), a riprova del fatto che nella prima metà degli anni Zero la band sarà riuscita a bissare i fasti del suo periodo di maggior fama negli States, quello compreso tra 1987 e 1992. E tutto iniziò, appunto, da ATYCLB, raro esempio di come anche un disco insulso possa fare la storia.

Cosa ne resta oggi? A distanza di vent’anni si può dire che fu la mossa giusta per non cadere definitivamente nell’oblio, e se nel 2020 gli U2 sono ancora in attività lo devono in larga parte a questo progetto, la cui realizzazione iniziò nei mitici Windmill Lane Studios di Dublino due anni prima della sua pubblicazione. Ma in senso strettamente artistico, ATYCLB – come detto – non fu certo un capolavoro. Conteneva quattro tra i singoli di maggior successo della formazione, ma non per questo i più riusciti, a eccezione di Beautiful Day, l’ultima vera grande canzone “universale” dei Nostri; ma in generale era piuttosto mediocre, al netto di qualche innegabile perla come la meravigliosa Kite, brano che una chance come singolo l’avrebbe meritata e molto probabilmente onorata in modo più che degno, la conturbante In A Little While, gioellino soul/pop registrato in un amen (a volte le cose migliori sono quelle improvvisate. Tra l’altro, si narra che fu l’ultima canzone che il leader dei Ramones, Joey Ramone, volle ascoltare prima di morire), la lugubre New York, brillante saggio di pièce dark in perfetto stile U2 che insieme a Exit e Dirty Day andrà a formare un formidabile trittico di pezzi “gemelli”, e la commovente Peace On Earth, che purtroppo riportava in auge il tema dei Troubles in Nord Irlanda, essendo ispirata all’attentato di Omagh del 15 agosto 1998 in cui morirono 29 persone per mano dell’IRA. Per il resto, il livello qualitativo era abbastanza scarso (Wild Honey, When I Look At The World e Grace non saranno praticamente mai neanche suonate dal vivo), deludendo le attese di chi dagli U2 si aspettava di più.

Ecco, a partire da ATYCLB Bono e compagni divennero come quei fuoriclasse dello sport che, superata una certa età, magari non ti garantiscono più la prestazione ma 3-4 giocate decisive te le piazzano comunque. Peccato però che il talento da solo non basti e che da lì in avanti le giocate siano diventate sempre più rare, tanto che oggi non sono in pochi a consigliare ai quattro la carriera di allenatori.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette