D’accordo, la retrospettiva su un’antologia non è il massimo, essendo un’antologia già di per sé una retrospettiva, ma The Best Of 1980-1990 degli U2, pubblicata vent’anni fa, non è un’antologia come le altre. Innanzitutto perché è la prima a nome Bono & soci, e poi perché rappresenta – loro malgrado, ma forse neanche tanto – il punto di partenza del loro declino artistico, il momento in cui iniziano a incartarsi su se stessi e a monetizzare il proprio marchio (bisogno dettato, oltre che dai costi esorbitanti degli ultimi due tour, da alcuni investimenti finanziari rivelatisi fallimentari), diradando le uscite di materiale inedito a beneficio di quello edito. Dal 1998 si conteranno a loro nome solo cinque album in studio (tre negli anni ’00 – di cui uno scritto più da, che con, Brian Eno e Daniel Lanois – più due nei 2010s) e una serie lunghissima di ristampe, raccolte, box set, riedizioni di vecchi live e collector’s edition varie, a conferma di un’urgenza espressiva irrimediabilmente venuta meno.

Solo a un anno e mezzo prima del 2 novembre 1998 risale Pop, a detta di molti il loro ultimo grande lavoro e terzo capitolo della versione acida dei quattro irlandesi, quella 90s. Annunciato come la svolta elettrodance, l’ennesima rivoluzione dei Nostri, lo shock al cospetto del quale – almeno nelle intenzioni – i pur sconvolgenti (rispetto al loro percorso) Achtung Baby e Zooropa sarebbero impalliditi, l’album con Discothèque non ha però mantenuto le attese, pur restando un mirabile tentativo di reinventarsi per l’ennesima volta e abbattere altri tabù.
Proprio un tabù era considerata l’eventualità che gli U2 pocketizzassero a fini commerciali il repertorio della casa, idea da sempre agli antipodi rispetto alla loro concezione della musica. Pertanto, quando nell’estate ’98 si viene a sapere della firma del gruppo con Polygram (che nel 1990 aveva acquistato Island, l’etichetta che aveva sotto contratto la band, e nel 1998 era passata a sua volta sotto il controllo di Universal) per l’inizio dell’operazione recupero, la notizia coglie tutti di sorpresa. Per giunta, l’annuncio rivela la pianificazione non di una ma di ben tre antologie spalmate nel tempo: arriveranno infatti anche The Best Of 1990-2000 (pubblicata nel 2002 e molto meno ponderata rispetto alla precedente) e 18 Singles (uscita nel 2006 e – diciamocelo – una vera pecionata).

È il loro “tradimento” definitivo, molto più segnante di quello concepito a Berlino qualche anno prima. E anche più subdolo. All’inizio sembra l’ennesima provocazione, un altro mattoncino dei vecchi U2 buttato giù a colpi di quell’istrionico e machiavellico pragmatismo che ha caratterizzato tutta la loro seconda incarnazione, dopo la rivoluzione elettronica, i testi allusivi, le mega produzioni dal vivo, i costumi di scena, gli intermezzi teatrali, le canzoni per Batman e Mission: impossible e i videoclip travestiti da Village People. E invece i fatti dimostreranno che, a furia di essere pratici, l’ironia sta andando a farsi friggere.
E dire che il video del singolo di lancio Sweetest Thing (girato in Fitzwilliam Street, a Dublino, con la partecipazione anche dei Boyzone), con Bono seduto in carrozza e ripreso frontalmente dalla prospettiva della moglie posta di fronte a lui alla quale il cantante chiede scusa per essersi dimenticato del suo compleanno, è pure simpatico, seppur non originalissimo (l’ottica frontale era già stata adottata dal regista Kevin Godley nel video di Numb). Lo stesso pezzo è riciclato, provenendo dalle session di The Joshua Tree ed essendo stato B-side del singolo Where The Streets Have No Name dato alle stampe ad agosto 1987. La band, insieme ai produttori Eno e Lanois (gli stessi della prima versione), ci ha rimesso mano dandogli un taglio più caustico e regalandogli così una seconda chance (i R.E.M. faranno lo stesso con Bad Day nel 2003). Diventerà una delle canzoni più conosciute del gruppo, al pari (più o meno) di One, Pride, Sunday Bloody Sunday e With Or Withou You.

La raccolta presenta in copertina il volto del bambino già immortalato sulle cover di Boy e War, stavolta però con in testa un elmetto (in questo periodo il tema militaresco tira parecchio, visto il successo cinematografico di Salvate il soldato Ryan, uscito a fine luglio 1998). In 14 brani (più una ghost track) è condensata la polpa della produzione uduica degli anni Ottanta, per alcuni il decennio d’oro del quartetto, per altri quello in cui lo stesso pose le basi per scrivere la storia nei dieci anni successivi. La selezione dei pezzi è ovviamente opinabile, come tutte le selezioni: contiene in gran parte singoli, restano fuori pezzi come Gloria e Bullet The Blue Sky, ma è comunque una panoramica abbastanza esaustiva dell’arco di tempo preso in esame in quella che è una delle primissime manifestazioni del revival 80s che di lì a poco diventerà norma. Si segnalano infatti negli stessi mesi due altre uscite discografiche indicative dell’andazzo: l’azzeccatissima antologia dei Depeche Mode periodo ’86-’98 (che, come da titolo, copre solo parte degli anni Ottanta depechemode-iani, ma la parte migliore, a completamento del dittico iniziato con The Singles 81-85) e il quarto album di inediti degli Smashing Pumpkins, Adore, primo coming out sulle fascinazioni Eighties di Billy Corgan.
The Best Of 1980-1990 è interessante anche per il suo disc-two, presente nella versione doppia, che contiene le B-side dei singoli dell’epoca. B-side per modo dire, perché parliamo di gemme come Spanish Eyes, Love Comes Tumbling, Walk To The Water, Silver And Gold e Trash, Trampoline, And The Party Girl (quest’ultima presente, come Party Girl, anche nel leggendario live Under A Blood Red Sky del 1983).

Come detto la collezione anticipa il nuovo/vecchio corso della formazione alla ricerca delle radici, leggasi ripiegamento sulle proprie sonorità classiche che caratterizzerà i loro album a partire da quel All That You Can’t Leave Behind che vedrà la luce nel giro di un paio d’anni. La raccolta è insieme spia ed effetto del calo d’ispirazione del combo, ma si scoprirà solo più avanti, unendo i puntini: dischi mediocri e via via tendenti allo sbracato, concerti col pilota automatico e progressivo “scollamento dalla base” di una rockband che evolverà in multinazionale, con sede fiscale al riparo dalle tasse e un leader ormai solo a tempo, impegnato perlopiù nella sua nuova e sciamanica personificazione di filantropo, businessman, politico, filosofo, economista, investitore, testimonial e promotore di campagne contro la povertà, l’AIDS e le disuguaglianze. Un impegno che inizierà a stretto giro con l’esordio – datato primi mesi del 1999 – nella campagna Dropt The Debt che inaugurerà la sua seconda vita di novello John Lennon, se John Lennon avesse superato i 40 anni.
È abbastanza oggettivo che dopo il 2 novembre 1998 gli U2 non saranno più gli stessi. Per dire, provate a contare quante hit scriveranno dopo quella data: se mai dovesse uscire un best of con partenza da allora, probabilmente si farebbe fatica a riempirlo di contenuti validi.