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4.9

Da quando esiste la scienza – ossia un sapere che si basa sulla distinzione fra vero e falso, che segna il confine tra sé e l’errore e si sottopone alla critica attraverso la dimostrazione – da allora esistono distinzioni come: il mito e il logos, la dottrina e il sapere, ecc. Non a caso, l’egittologo nonché antropologo tedesco Jan Assmann accomuna la scienza, e le sue dicotomie, al monoteismo ebraico: entrambe, per funzionare, hanno bisogno di porsi come “controsaperi”, cioè come qualcosa che funziona in quanto (ti) dice “io sono la verità” (il resto è quel che è, perlopiù una bugia…). Bono ha tentato negli anni, a volte riuscendoci, altre volte fallendo, di incarnare “il controsapere” cantato nelle sue canzoni. Amore. Odio. Libertà. Diritti civili. Tutto un repertorio di retorica fuori tempo massimo post-sessantottina ha concorso a formare nel tempo quello che potremmo definire “l’umanesimo degli U2”. Un umanesimo che sa di “controsapere”, ovviamente: perché (ci) propina una visione del mondo, che spesso – non per coincidenza – attinge dai testi biblici, e dove Bono Vox fa la parte del profeta inascoltato nel deserto.

Songs Of Experience, il nuovo disco dei dublinesi, arriva a tre anni di distanza da Songs Of Innocence, tredicesimo studio album del gruppo, incentrato su temi quali la famiglia e i rapporti umani. Anche stavolta c’è un tema centrale forte a sorreggerlo, che si riassume nella seguente domanda: che cosa rimarrà di me dopo la morte? Tradotto in bonovoxese: che cosa rimarrà della mia battaglia contro la povertà, del mio impegno per le popolazioni affamate dell’Africa, del mio attivismo per la parità di genere, dei miei sberleffi a McDonald’s, dei nostri live sotto un cielo rosso sangue e dei nostri dischi che vendono a palate? Risposta telegrafica: ahilui, forse rimarrà solamente il ricordo dei live infuocati e di una manciata di dischi-capolavoro targati U2. Forse, dicevamo; poiché Bono, 57 anni suonati, “tutti incisi sulla mia pelle” (dice lui…), ha cominciato a riflettere seriamente sulla caducità della vita umana. Scintilla di cotanto struggimento intellettivo: la partecipazione ad alcuni funerali “celebri” (tipo quelli di Leonard Cohen e dell’amico David Bowie).

Lì, il nostro uomo deve aver pensato la seguente frase: “Al tuo funerale nessuno parla dei tuoi successi”. Okay Bono, forse durante le tue esequie (che noi speriamo giungano il più tardi possibile…) non parleranno delle tue/vostre canzoni più riuscite, però di certo ricorderanno il tuo impegno indefesso per la causa dell’Uomo e dell’Umanità. Beh, forse: perché atteggiarsi a profeta, sebbene ispirato, e poi comparire, assieme a Madonna e alla regina Elisabetta nello scandalo sui paradisi fiscali chiamato Paradise Papers, di certo non aiuterà la tua causa post-morte. Come non aiuta la tua fama di profeta-nel-deserto il fatto che il tuo nome, nonché tu stesso in persona, compaia al fianco dell’ex presidente George W. Bush: ovvero colui che fu denominato il “peggior presidente americano del Dopoguerra”, e fu (giustamente) disprezzato tanto dai Repubblicani quanto dai Democratici; ma poi venne Trump, e anche Bush Jr. fu riabilitato.

In fondo, la riabilitazione di uno dei politici più sputtanati degli ultimi 50 anni è una notizia per te, caro Bono. Infatti significa una cosa ben precisa: che nonostante le puttanate che fai o che dicono tu abbia fatto in vita, può sempre arrivare una inaspettata riabilitazione pubblica (in questa o al massimo nell’altra vita). Ma tutto ciò c’entra poco, anzi pochissimo, con la musica della tua band, gli U2: che sono e sempre rimarranno gli autori di immortali dischi-capolavoro tipo The Joshua Tree e Achtung Baby. Beh, c’entra poco si fa per dire: si dà infatti il caso che musicalmente non ne azzecchiate più una da quel dì, diciamo suppergiù dal 1997, che poi sarebbe l’anno di uscita del vostro ultimo disco decente. Titolo: Pop. Poi, il declino. Per dire: nel migliori dei casi vi siete riciclati come una specie di boy band immalinconita ad uso ed abuso di un pubblico amante dell’A.O.R. d’autore. Nel peggiore, invece, avete pubblicato delle canzonette prive di mordente e così scipite che si fatica persino a parlarne. Songs Of Experience ne contiene per l’esattezza 13 di queste canzonette: a volte girano un po’ meglio (tipo nel rock’n’blues tinto di gospel di Lights Of Home), altre un po’ meno (tipo nel singolo American Soul, con tutti i suoi coretti ah-ah-ah, che stanno al rock’n’roll come Vasco Rossi sta a Richard Hell & The Voidoids). Ma il peggio ce lo offrono le ballate: che mimano in versione Coldplay le armonie chitarristiche della gloriosa Where The Streets Have No Name (una su tutte: The Little Things That Give You Away), senza avere però un minimo dell’antica ispirazione, ma soprattutto dell’antico mordente. E non servono nemmeno i camei del rapper statunitense Kendrick Lamar, delle Haim, di Julian Lennon o Lady Gaga a salvare dal baratro questo disco – prodotto dalla trimurti Andy Barlow, Jacknife Lee, Ryan Tedder, e con il figlio di Bono, Eli Hewson, e la figlia di The Edge, Sian Evans, in copertina – il cui titolo, come quello del precedente, è preso da una nota raccolta di poesie dal visionario William Blake.

Ecco, se proprio vogliamo trovare una parola che riassuma il tutto, allora scegliamo questa: ovvio. Songs Of Experience è l’apoteosi dell’ovvio, dello scontato, del visto e rivisto. Se anche lo riascolti e lo consideri come il puro prodotto di una boy band geriatrica, beh… pure così risulta spompato, spanato, spennato, sflosciato. Ammicca all’ovvio, così come farebbe una pornostar di quart’ordine. Riassumendo: gli U2 hanno preso l’ovvio e ne hanno fatto il loro godmiché. Dubito però che il Divin Marchese li accetterebbe nel suo club. Perché una cosa è metterlo nel culo per piacere, un altra è farselo mettere nel culo e farselo piacere. Io a questo secondo tipo di perversione udduiana odierna non ci sto. Ebbene sì: il mio culo ricettivo di critico è sempre aperto e scevro da pregiudizi, ma è la loro minchia retorico-musicale che si è definitivamente spompata. Addio per sempre U2. Vi volevamo bene. E addio anche al “controsapere” farlocco di Bono. La sua voce di profeta nel deserto ha lasciato il posto al caso umano. Diceva Isaia, 43,21-22: “Aprirò […] nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”. Poi metterò alle orecchie le cuffiette, riascolterò Achtung Baby e dirò a me stesso: “Però, fichi ‘sti U2”.

Nota a margine: Songs Of Experience sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi autori, qualcosa tipo… il disco della rinascita. Il che ci induce a un paio di considerazioni: il concetto di rinascita è per sua natura affine a quello di redenzione, entrambi hanno in sé un “quid cristologico” (ma il discorso sull’asse Bono-profeta-Cristo ci porterebbe davvero troppo lontano…); inoltre la lunga gestazione delle nuove canzoni, adattate a critica dello “spirito trumpiano” dei tempi solo in un secondo tempo, merita comunque rispetto. Per la serie: non si può dire che alla fin fine, questa volta più di altre, Bono & Co. non ci abbiano provato…
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