• ott
    22
    2015

Album

Cosmo Rhythmatic

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La terza release della Cosmo Rhythmatic, emanazione più noisy e sperimentale della – bella tosta già di suo – label techno Repitch (con base a Berlino, ma gestita dagli italiani Nino “Shapednoise” Pedone, Davide “D.” Carbone e Pasquale “Ascion” Ascione) ci dà l’occasione di approfondire la conoscenza di Franck Vigroux, che nel 2014 aveva già firmato il primo EP dell’etichetta (il preconizzatore Centaure): spiazzante e proteiforme talento francese (attivo non solo in ambito musicale “estremo”, ma anche nel campo delle arti performative), sulla piazza da una quindicina d’anni e capace ad esempio di firmare, quasi contemporaneamente, sommesse meditazioni blueseggianti per chitarra solo con Ciment (per la sua etichetta D’Autres Cordes) e abrasiva industrial techno à la Esplendor Geometrico con Centaure. L’incontro con Mika Vainio porta a contatto due pietre focaie simili per interessi e attitudini: le scintille scaturite scaldano Peau froide, lèger soleil in modo non uniforme, a tratti bruciando, in altri lasciando più tiepidi. La collaborazione è una modalità creativa che il finlandese ex Pan(a)sonic ha portato spesso a valore con produzioni interessanti (solo negli ultimi anni ricordiamo Monstrance con Joachim Nordwall – 2013, Touch – e Hephaestus con il violoncellista Arne Deforce – 2014, Editions Mego), e anche in questo caso il risultato è notevole.

L’estetica di riferimento è assolutamente condivisa: Vigroux e Vainio sono liberi scultori di suoni, entrambi senza remore nell’esplorare gli estremi tra interstizi ambient e squassanti assalti al rumore bianco. L’album parte mirando a saturare lo spettro sonoro e il plesso solare: le bordate accecanti di Deux squarciano un sinistro soundscape ligetiano; la rete metallica a strascico di Mémoire si porta dietro decenni di sperimentazione elettroacustica e di ibridazioni. Nei movimenti di Souffle il “brutalist minimalism” marchio di fabbrica – ma mai gabbia – di Vainio viene messo al servizio di una costruzione narrativa drammaticamente ultraterrena: aggiunge inquietudine l’utilizzo della voce vocoderizzata (già approcciata da Vigroux in Camera Police – D’Autres Cordes, 2010), qui come nella landa desolata di Man e nell’Apollo di Eno portato sottoterra di Le Souterrain (con pennate di chitarra fennesziana). Le visioni distopiche di Mutant e di Ravage raffreddano il nucleo. Parabole, col suo impasto di drum machine e distorsioni, paga dazio all’industrial anni Ottanta, così come la conclusiva Crâne Tambour, da mettere in playlist insieme ad una selezione dall’ultimo – ottimo – Carter Tutti Void.

Peau froide, lèger soleil punta verso tante strade diverse: nella mancanza di un centro risiede il suo limite ma al tempo stesso il suo fascino. Menzione speciale per la cover, che accosta artefatti e natura, significati e (in)significanti, grigiore e bellezza in un quadro inspiegabilmente emozionante (la fotografia è di Umut Ungan, che già aveva collaborato con Vigroux per Camera Police e Ciment).

29 ottobre 2015
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