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E se a un certo punto i VU avessero fatto il botto? Ma un botto di quelli seri, tipo fratelli Wilson o Fab Four (ipotesi realistica: c’era pure stato un abboccamento con Brian Epstein nel post-Warhol, pensate un po’ …). D’altronde Lou Reed aveva fatto il suo apprendistato alla Pickwick, scrivendo canzoncine facili facili in tempi non sospetti; una scrittura in un certo senso “seriale”, come voleva essere l’arte di Andy. E poi – che ve lo diciamo a fare – se già da The Velvet Underground &  Nico prendete le sole Sunday Morning, Femme Fatale e I’ll Be Your Mirror, la sensibilità pop non solo c’è, ma vale anche dieci e lode. Quindi il botto era possibile eccome, almeno sulla carta. Loaded è il disco che ci racconta quella possibilità.

“Loaded” cioè carico – carico di successi, così come lo voleva il manager Steve Sesnick, sempre più convinto di avere tra le mani la prossima gallina dalle uova d’oro. Non che il precedente (e divino) The Velvet Underground avesse dispensato hit su tutte le frequenze radio d’America,ma anche lì la sensibilità pop si era ulteriormente e innegabilmente affinata. Merito di chi? Certo, della penna di Lou che mai ha fatto segreto di cercare il successo (nella sua mente, ne siamo certi, anche White Light / White Heat è pop). Ma lo possiamo dire senza che nessuno si offenda: il merito è soprattutto di quel tanto vituperato Doug Yule, che suona il basso come McCartney e di arrangiamenti, anche vocali, ne capisce qualcosina.  Inevitabile allora trovarlo qui ancor più presente, perché Lou – che lo considera una sorta di fratellino minore, almeno in questa fase; poi gli augurerà morte – si rende conto che il suo timbro è più adatto; e inoltre pare che durante le session avesse la voce “stirata” dai troppi concerti.

Sia come sia, l’ugola da chierichetto di Doug sta molto bene in Who Loves The Sun e volendo anche in Lonesome Cowboy Bill ma, specie dopo aver sentito le versioni dal vivo del 1969 (a parere di chi scrive, la migliore annata velvettiana), viene da dar ragione a Sterling Morrison, secondo cui «Loaded sarebbe stato un disco veramente migliore se avesse avuto la voce di Lou» (Lou che, va detto, si produce altresì in alcune delle interpretazioni più sopra le righe della sua carriera – The Bells a parte, forse: Sweet Jane, Rock’n’Roll e Train Round The Bend). E, anche se forse non migliore, sarebbe stato un disco certamente diverso se dietro le pelli ci fosse stata Moe Tucker, incinta al tempo delle session (la suppliscono lo stesso Yule, suo fratello Billy e il fonico Adrian Barber).

A questo punto verrebbe quasi da dire che con Loaded abbiamo i VU alle prese con un disco “normale”, il più normale del lotto, diremmo. E non è certo un torto, alla luce di due canzoni che sono l’apice del songbook reediano (Sweet Jane e Rock’n’Roll, quali altre se no?), e di perle sparse come New Age (che da sola si inventa i Galaxie 500, i Low, i Yo La Tengo e tutti gli altri), I Found A Reason (doo wop da spezzare il cuore, come ci ha rivelato anni dopo Cat Power), Who Loves The Sun (con quei coretti squisitamente Turtles)… e in scaletta ci sarebbero potuta essere anche Satellite Of Love, stando a sentire i demo pubblicati in seguito (quindi sì, Loaded in fondo il botto l’ha fatto, ma soltanto ritardato). A proposito di scaletta: The Velvet Underground Handbook rivela che la tracklist originale aveva un ordine diverso (I Found A Reason e Head Held High erano unite, e Rock’n’Roll era un pre-finale da favola); a questo si aggiungano i tagli selvaggi a Sweet Jane (mutilata dell’inciso “heavenly wine and roses…”), Rock’n’Roll e New Age (restaurati nel cofanetto Peel Slowly And See e nella filologica Fully Loaded Edition).

Motivi più che sufficienti affinché Lou lasci la band e passi un anno a scrivere a macchina nell’azienda dei genitori, prima di reinventarsi l’animale rock’n’roll che tutti conosciamo e volarsene a Londra a trasformarsi. Fine dei VU? No. Potremmo chiudere raccontandovi dei VU zombie di inizi anni ‘70, di come David Bowie abbia parlato una sera intera con Yule convinto che fosse Reed e di un disco che per ogni velvetmaniac non è mai esistito, Squeeze. Ma magari per quello aspettiamo i settant’anni di Doug Yule…

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