Recensioni

È finalmente arrivata la collaborazione più “hypata” e attesa dell’Italia “altra”. I Verdena e Iosonouncane, insieme per uno split con due reciproche re-interpretazioni. La qualità, come lecito attendersi visti i nomi coinvolti, è altissima e la sfida davvero affascinante. Distanti ma al contempo molto più vicini di quanto l’apparenza possa suggerire, Incani e il trio bergamasco collimano – prima ancora che da un punto di vista strettamente musicale – sul terreno lirico e semantico: entrambi sono fautori di un’espressione linguistica che sembra assecondare la musicalità della lingua, prima ancora dell’intellegibilità della stessa, che rimane – soprattutto nel caso dei Verdena – perennemente aperta e suscettibile di più soggettive interpretazioni.
Il risultato di questa prima (e speriamo vivamente, visti i risultati raggiunti, non ultima) collaborazione sono quattro tracce in cui le peculiarità dei due act sono mantenute, ma rilette secondo quelle del proprio corrispettivo re-interprete. E se è da subito evidente come sia stato Incani, tra i due, ad osare di più nella propria (ri)lettura, anche i Verdena riescono attraverso il proprio arrangiamento a portare in luce elementi che negli originali del cantautore sardo erano rimasti sottotraccia. Ciò che più risalta dall’interpretazione del gruppo di Bergamo è la ritrovata centralità della chitarra (ri)posta in primo piano, riverberata e distorta, ad irruvidire un suono molto più sporco rispetto alle versioni originali di Incani ma solo apparentemente più grezzo: il fuzz e il doom nell’incedere minaccioso di una Tanca meno ancestrale e primitivistica del modello originale ma ancor più minacciosa, gli scampoli quasi stoner in Carne. Il risultato complessivo, dicevamo, è più raw e limaccioso solo in apparenza: tanti sono gli eleganti particolari di classe (come i contrappunti ritmici e gli inserti pianistici a metà di Tanca, o gli inserti di acustica allo scoccare dei 3 minuti in Carne) che si rivelano ad un ascolto più attento.
Sul morbido drumming e sulle fluide cascatelle di synth che aprono Diluvio, la voce di Incani si posa con una grande naturalezza e perfezione. I cori, i sintetizzatori via via sempre più ariosi e spessi, le ritmiche tribali e quasi rituali, la raccolta ma sentita interpretazione vocale, tutto contribuisce a conferire al pezzo un’aura sacrale già lateralmente presente nell’originale ma qui portata pienamente in luce. Le contaminazioni etniche sono ulteriormente amplificate in Identikit, che sorprende soprattutto per la sua lunga coda strumentale, tra ipercinetici primitivismi a base di tamburi e sonagli e spesse coltri di synth via via sempre più sinistri, fino a sfociare in un finale minimale e cosmicheggiante.
«Triste ninfea, dammi nuove idee». Qui di spunti ce ne sono anche troppi, per essere “solo” una reciproca rivisitazione di materiale già edito. Ci auguriamo sia il prodromo per ulteriori ed ancor più corpose collaborazioni.
Amazon
