Recensioni

Ci sono squali nella copertina dell’esordio sul formato lungo di Vince Staples, classe 1993? La risposta non la conosciamo, ma in tralice se ne coglie comunque il senso di minaccia. Minaccia che diventa perturbante, se confrontata con un titolo che richiama superficialmente atmosfere gioiose. Quanto l’ascoltatore trova all’interno del doppio album pubblicato dalla sempiterna Def Jam in collaborazione con ARTium Recordings non è molto differente, anche perché si scopre che il concept alla base del disco è un’estate particolarmente dolorosa, quella del 2006, in cui Staples ha conosciuto lo sgretolarsi dell’adolescenza e tutto ciò che ne consegue: la vita che potrebbe terminare da un momento all’altro, l’imbarazzo del sentirsi crescere mentre sventagliate di problemi affiorano, il non sentirsi capiti. Una serie di topoi che in Summertime ’06 vengono vestiti da trame sonore dure, battenti, che brillano di una sorta di gangsta spirituale che trova, qui e là, uno spiraglio, un’apertura verso la speranza o, quantomeno, la lotta per la sopravvivenza.
E dunque, come testimoniato anche da Kendrick Lamar, pare che l’autocoscienza sia alle costole dell’hip hop, che il dolore sia entrato in campo per dividersi i ruoli con la cronaca della vita, ghettizzata o meno, nel forgiare l’espressione artistica di molti performer. È il controllo, in questo ventiduenne, a stupire: ogni pezzo, per quanto inserito all’interno di un hip hop metropolitano (tanto memore del sommo Nas quanto dell’amico Earl Sweatshirt) ha un particolare, un cambio di tempo o atmosfera, un verso che si fa ricordare. È il controllo, si diceva, e la cosa lo dimostra non solo il singolo momento del brano ma l’economia dell’album tutto, tanto che non si colgono cadute di tono nell’ora di durata. Dall’altro lato, però, è utile rimarcare come il disco non si divincola troppo dai canoni attuali del genere, almeno non nella misura in cui si possa parlare di riconoscibilità. Quella che ti fa diventare un metro di paragone.
Il ritratto dell’adolescenza di Staples è fatto attraverso spezzoni in mid-tempo claudicanti (un controsenso) di sample ubriachi di piano elettrico (’06), di hit mancate perché il ritornello è supportato da una voce tra il catarroso e lo scazzato (Lift Me Up), di incontri tra latin roots, bassi gommosi e finali quasi-hauntologici (Señorita), di Frank Ocean che bussa alla porta (Loca), di suoni profondi che danno l’idea di cazzuto (Birds & Bees), di efficaci numeri in miniatura talmente staffilati da basse frequenze da perdere traccia dell’umano (Surf) ed altri più consistenti (Jump Off The Roof) in cui soul e Outkast diventano cosa sola. Di ballabilità e di scontro fisico, di sensualità e di poesia, per quanto umbratile. Disco color pece, si diceva. Buon disco.
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