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La parole come atto di espressione, un divenire sonoro irripetibile, che si attua nel qui e ora: unico. Così come è inconfondibile, fuori dagli schemi, l’utilizzo della voce di Laure Le Prunenec, presenza fissa ne La parole, il nuovo album del musicista, producer e compositore Vincenzo Ramaglia.

Attivo anche nel mondo della musica per immagini, a Ramaglia piace da sempre accostare creativamente concetti o sostanze alle sue partiture sonore: era accaduto con Formaldeide (2007), si era ripetuto l’anno successivo con Chimera, ispirati rispettivamente al gas incolore e alla figura mitologica. Un accostamento di mondi e sensazioni proposto anche in PVC Smoking (2009) e Atomic City (2009), lavori in cui l’autore gioca abilmente tra classica e sperimentazione, tra jazz ed elettronica IDM, superando i confini di genere per uscire dalle nicchie e risultare accessibile.

In questo nuovo lavoro – che esce sulla sua etichetta PEM Records, appunto Popular Experimental Music – il compositore esprime l’allineamento con il concetto linguistico di De Saussurre grazie alla perfomance vocale di Laure Le Prunenec, un’artista sonora a tutto tondo che spazia tra tecniche e stili con una sincerità sorprendente: dal sussurro al grido, dal gutturale di stampo metal (“growl” e “scream”) alla lirica, dal basso al falsetto e al sovracuto. La francese è anche parte integrante del gruppo Igorrr, progetto d’avanguardia fondato nel 2016 da Gautier Serre, un cocktail micidiale e deflagrante di musica classica ed elettronica, lirica e breakcore, drill’n’bass e balcanica.

Anche in La parole l’elemento lirico – espresso in “tempo reale” dalla cantante, creando versi che sono già musica prima ancora di essere pronunciati – si unisce a un tappeto elettronico composito e variegato. Dai glitch liquidi e dalle caverne dub della traccia di apertura, alle manopole impazzite e ai circuiti ansiogeni di La Parole 2, fino agli sprazzi electro-glitch de La Parole 5 (impreziosita, in un remix non presente nell’album, dalla mano di μ-Ziq) e La Parole 6, fino all’ambient nervosa del brano conclusivo. Sette episodi in cui le libere sequenze sonore del compositore – ispirato dai percorsi artistici di giganti come Autechre, Björk, Arvo Pärt, Radiohead, Sigur Rós, Portishead o anche Squarepusher, Venetian Snares e Alva Noto – sostengono, penetrano e intersecano le evoluzioni vocali della Le Prunenec. Una potenza vocale austera, sprazzi di luce accecante nell’oscurità, capace di evocare dimensioni ultraterrene alla pari di una tensione vibrante umana.

Un mix tra lirica d’avanguardia e sperimentazione elettronica che la press release racconta come un «incontro tra Diamanda Galás e Aphex Twin». Potremmo citare, nel gioco dei richiami, i lavori di Holly Herndon (tra cui il più recente PROTO), con la differenza che, nel progetto dell’americana, la sua voce è manipolata, strappata ai software. Laure Le Prunenec mostra un’espressività pura e irriducibile che, unendosi all’ispirato disegno sonoro di Ramaglia, rende l’album accessibile e travolgente.

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