Recensioni

A meno di dieci anni dalle turbinose discussioni sulla presunta sindrome da “retromania” diagnosticata da Simon Reynolds, nel 2019 sembra finalmente possibile parlare di un ritrovato futuro in musica. La performer, compositrice (e ora dottoressa al Center For Computer Research In Music And Acoustics della Stanford University) Holly Herndon è senza dubbio tra gli artisti più esplicitamente nostalgia-fobici degli ultimi anni. La sua ricerca sonora e concettuale, condotta a metà strada tra accademia, club e musica sperimentale, da sempre si propone come programmaticamente attuale. Affascinata da vecchi binomi – umano/inumano, corpo/macchina – dal 2011 ad oggi Herndon ha intessuto una piccola saga di concept album e EP in cui si è posta l’obiettivo di esplorare le potenzialità compositive di nuove tecnologie e del macrocosmo online. Spesso fraintesa per un’apologista, in realtà Herndon non ha mai mancato di annettere alle sue esplorazioni tecnofile un apparato critico: un’attenta lettrice, tra gli altri, dell’intellettuale Mark Fisher, Herndon sembra incarnare quel tipo di “modernismo popolare” da lui auspicato, un impulso a rompere con il passato sviscerando le contraddizioni di un problematico presente.
Il passaggio da Movement (2012) a Platform (2015) è significativo in questo senso: nel primo Herndon manipolava un campionario di suoni di derivazione corporea al fine di esplorare il sottile, epidermico confine tra tecnologia e persona/personalità. Mettendo a tacere decenni di snobismo rockista contro i “laptop musicians”, dichiarava: «Il laptop è lo strumento musicale più intimo». Platform, a seguire, si confrontava con alcune delle ansie generate da questo rapporto di intima co-dipendenza: algoritmi, data mining, il “lavoro immateriale” dell’utente medio online e, non ultime, le rivelazioni di Edward Snowden, figuravano tra le sue fonti d’ispirazione. Il software di auto-sorveglianza Net Concrete, creato dal compagno Mathew Dryhurst, veniva trasformato da Herndon in un ricettacolo di suoni, rumori e notifiche legati a un’esistenza online personale, sì, ma sempre meno… privata. Impiegati come materiale grezzo per bizzarri collage e poderose composizioni corali in egual misura, i suoni filtrati da Net Concrete accompagnavano la voce di Holly Herndon e dei suoi collaboratori alla ricerca di una “via d’uscita”, una sorta di riappropriazione collettiva e sostenibile di nuove tecnologie e piattaforme online, lontano da sorveglianza e parassitismo corporate.
A quattro anni di distanza, PROTO riprende e rinvigorisce la pars construens di Platform, concentrandosi questa volta sull’intelligenza artificiale (AI). In mano a Holly Herndon la retorica da determinismo tecnologico tipica di affermazioni come «le macchine ci soppianteranno», viene ribaltata da un uso dell’AI come strumento per la composizione musicale e come occasione per un’impresa collettiva che vede la musicista e un nutrito numero di collaboratori dialogare con Spawn, un AI di sua gestazione. In una delle prime dichiarazioni sul disco, Herndon ha definito il processo di addestramento vocale di Spawn in termini di «simbiosi», alludendo alla possibilità di utilizzare la “creatura” come ricettacolo di melodie e armonie vocali da reinterpretare, anziché come punto di arrivo o efficiente sostituto del suo lavoro di squadra. Herndon ha composto le musiche e i data set di partenza invitando decine di musicisti e vocalist ad interpretarli per Spawn, che, in quanto AI, è predisposta non solo a ripeterli, ma anche a impiegarli come materiale di partenza per creazioni autonome.
Nonostante PROTO, nella sua interezza, non ruoti esclusivamente attorno alla presenza di Spawn, dispersa com’è tra i tanti collaboratori, alcuni dei brani più accattivanti dal punto di vista sonoro fanno riferimento al suo processo di apprendimento. Birth, in apertura, è una testimonianza dei primi vagiti di Spawn, poco più di un minuto di taglienti, indiscernibili rantoli in cui l’AI sembra sputare, a fatica, la sua imitazione migliore di Holly Herndon. Pur non suonando particolarmente diverso da un qualunque esperimento di distorsione vocale, il rapido (e piuttosto sgradevole) precipitarsi e accozzarsi delle sillabe sembra catturare un oscuro cut-up fuori dal controllo dell’artista. Godmother, il primo singolo uscito a dicembre 2018, porta all’estremo la sgradevolezza dei primi rigurgiti di Spawn, questa volta ergendoli a idioletto non solo verbale, ma anche musicale. La traccia, un vertiginoso accavallamento di mugugni, balbettii e irregolari tonfi, è il tentativo di Spawn di reinterpretare e improvvisare una traccia di Jlin attraverso la voce – o meglio, l’informazione sino ad allora ricevuta sulla voce – di Herndon. A metà strada tra un satanico beatboxing e un esperimento di post-umano throat singing, Godmother suona terrificante, come lo sarebbe un remix di Schrei X di Diamanda Galás in pasto al primo Arca. Anche Canaan ed Evening Shades ci raccontano qualcosa di Spawn, seppur in maniera indiretta. I due brani sono brevi estratti dalle live training sessions in cui i tanti vocalist che hanno contribuito al disco si sono esibiti per l’AI al fine di essere memorizzati, emulati e reinterpretati. Travolti da onde di rumore, i botta e risposta vocali di Evening Shades si trasformano progressivamente in un recalcitrante, alieno coro.
Il resto del disco di slega volutamente dall’associazione diretta con Spawn, incastrando una vertiginosa quantità di vocals umani e inumani. Il confine tra field recording, registrazioni live, interpretazioni a cura dell’AI e produzione in studio si rende evanescente. Fatta eccezione per un paio di estemporanei, tutto sommato prescindibili sproloqui spoken su base new age/dark ambient (Extreme Love e Bridge), il cuore di PROTO sono le interpretazioni vocali di Herndon e dei suoi musicisti, colti in bilico tra musica sacra, folk e una severa computer music. Nonostante il miscuglio di stili sia un potenziale asso nella manica di Herndon, abile nel destreggiarsi tra l’occasionale melodia pop e tonanti orchestrazioni pensate per il suo coro dalle mille voci, in PROTO manca un tocco di quella leggerezza che, tra bizzarri sample, teatrali silenzi e ironici cenni all’ascoltatore nei testi, abbondava in Platform.
Alienation ed Eternal vantano straordinarie performance vocali, ma nonostante i vorticosi, aciduli synth della prima e le penetranti scariche di sub-bass della seconda, appesantiscono l’ascolto troppo presto con il loro eccesso di stimoli sonori e i loro toni ultra-apocalittici. Crawler parte con un’interpretazione robotica di Herndon, per poi trasformarsi, via via, in un cupo, agonizzante lamento funebre a più voci che finisce per ricordare non poco gli esperimenti di Björk in Medúlla. Frontier prende il via come un promettente, tonante inno sacro, per poi frantumarsi nell’ennesima, sovraccarica polifonia in caduta libera. Nella laurieandersoniana Fear, Uncertainty, Doubt, Herndon filtra la propria voce attraverso un software che oscilla tra «l’umano, l’animale e il digitale»: in solitaria, con il suo arsenale di scintillanti effetti vocali, Herndon si presenta in veste lirico-esistenzialista («I need to know where we stand»/«I need to belong»), trasformando ogni glitch in un lamentoso singhiozzo. Persino i brani più marcatamente soft del disco (Last Gasp, in chiusura e la juliaholteriana SWIM) faticano a ripristinare un senso di equilibrio, a costruire un’oasi lontana dal dramma, dalla tensione e dal generale senso di appesantimento che caratterizzano il disco nel suo complesso.
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