Recensioni

7.3

Teniamo d’occhio Visionist dagli esordi e lo abbiamo apprezzato sia come beatmaker grime sulla cresta del ritorno dell’eski beat tra il 2012 e il 2013 (l’EP Snakes conteneva bombe) sia come label manager dal grande fiuto con la sua Lost Codes, ovvero la label che per prima ha valorizzato il talento segregato di Sd Laika. Poi lo abbiamo osservato con interesse nella svolta su terreni d’indagine concettuali newyorchesi e in generale americani (giro Holly Herndon, James Ferraro, Oneohtrix Point Never), i suoi beat si sono fatti più radi lasciando il campo aperto ad un ormai caratteristico synth sound glaciale, post-Burial se vogliamo, dove i campionamenti pop hanno lasciato spazio ad un sound da Art Of Noise condannati alla dannazione eterna. Se lo scorso anno Asiatisch, l’esordio lungo della sua amica e collaboratrice Fatima Al Qadiri (i due hanno collaborato per The Call sull’EP I’m Fine) analizzava la plastica virtualità dell’universo internettaro utilizzando la metafora della parabola della mercificazione per eccellenza (l’Oriente nella sua più inautentica e disumana carineria), nel suo esordio lungo Visionist sceglie d’esplorare l’ansia vertiginosa che si nasconde nelle pieghe di una società che cerca il controllo totale attraverso la tecnologia e il digitale per poi ritrovarsi voragini di senso e, peggio, sconvolgenti esposizioni riguardo ai propri dati personali, mai così esportabili e pubblicabili al mondo intero (vedi l’hack di Ashley Madison).

Rispetto a Al Qadiri che è stata introdotta al grime grazie a J Cush e se n’è servita per il suo immaginario sintetico, Visionist, similmente a Logos, è un grime producer che ha allargato le maglie del genere talmente tanto da portarlo lontano dalle origini wileyane: rimane l’immaginario da Giappone Medioevale, i campionamenti r’n’b sembrano ancora una faccenda d’urbanistica buraliana ma tutto qui, come vedremo anche in Nothing di Kode9, è stato sviluppato per servire il concept di un’opera complessa. Pur non abbandonando del tutto alcune involuzioni (e un senso di eccessiva sicurezza nei propri mezzi che già avevamo incontrato in I’m Fine II), il producer confeziona sotto la prestigiosa PAN di Bill Kouligas (che ora stampa e distribuisce anche il materiale di Lost Codes, ribattezzata per l’occasione Codes) un lavoro non immediato, pieno di interrogativi, affascinante già dal primo ascolto ma apprezzabile e rispettabile nei suoi intenti soltanto dopo alcune doverose passate.

Rispetto ai citati lavori che hanno esplorato i rapporti tra l’umano e il digitale e, in generale, una società sempre più mediata dai social che produce nuove solitudini ed insicurezze, Safe fa pochissime concessioni al pop che sia esso r’n’b geneticamente modificato à la Zomby o wave sound di ottantiana memoria. A tratti sembra di venir catapultati in uno dei visual di Mat Dryhurst dove l’artista prende immagini e dati dalla propria audience per rappresentarli in un universo à la Second Life fatto di rottami di computer e versioni poligonali di sagome umane estrapolate da Instagram, in altri è il versante più pittorico e cattedratico dell’eski a venir rappresentato. A livello di forza evocativa del sound, da queste parti non raggiungiamo i picchi dell’Arca di XEN, ma quando Louis Carnell calibra al meglio quel mix tra comfort e ansia (vedi Tired Tears, Awake Fears) colpisce nel segno e riesce a rendere pienamente giustizia ai postulati filosofici sbandierati nella nota stampa e in tutti i social network. Poteva essere un piccolo capolavoro, abbiamo un lavoro più che buono.

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