Recensioni

7.2

«I’ve been daydreaming my entire life», recita il titolo di una traccia di Mister Mellow, la nuova opera audio/visuale del producer statunitense Washed Out. Parafrasando un noto conduttore televisivo: la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio? Non è un mistero come il buon Ernest Greene faccia parte di quella ormai nutrita schiera di sacerdoti del sound solare e sonnecchiante comunemente noto come chillwave: la sua creatura più conosciuta ha preso forma nella seconda metà degli anni Zero, tra le mura strette, i cavi imbrogliati e i panni dismessi della sua camera da letto, diffondendosi poi grazie a produzioni caserecce e, successivamente, sorgendo dalle fitte trame del web come molti autori affini (Neon Indian e Toro y Moi, per citarne un paio) in quell’estate ’09 in cui veniva celebrata l’unione tra il pop ipnagogico e le fascinazioni elettroniche retro-wave. Vedendolo nelle foto, e leggendo le interviste concesse a magazine e siti, Washed Out dà l’idea di essere uno che se la prende comoda, pur sempre in onore della causa. Greene si è concesso qualche inverno di letargo, poi ce ne ha messi quasi altri due per un totale di quattro per arrivare fino a qui, un periodo che sembra un abisso rispetto al tempo passato dall’uscita precedente Paracosm: se il predecessore ordiva una svolta nemmeno troppo drastica in direzione cantautoral-indie-psichedelica (con gran sfoggio di strumentazione), Mister Mellow, lavoro che segna inoltre l’approdo sulla californiana Stones Throw Records (che notoriamente si occupa di hip-hop), si presenta come un favoloso e variopinto compendium di giocosa psichedelia, un passo a lato rispetto alla tangente percorsa dal Nostro, tra richiami alla nenia – nonché hit da classifica – di Donovan di fine Sessanta (appunto, Mellow Yellow) e alla Madchester del ’91 (vedi la copertina a tinte gialle con smiley al seguito).

Washed Out riduce di nuovo al minimo l’inventario di gingilli sonori a sua disposizione, affidandosi a pattern ritmici, moduli, drum machine, giusto un basso elettrico ed una serie infinita di loop e campionamenti. La consueta atmosfera da sogno lucido è accuratamente preservata durante la mezzora scarsa dei brani, ognuno accompagnato da visual e montaggi curati da svariati artisti (tra cui lo stop-motionist Harvey Benschoter) e realizzati con differenti tecniche per conferire unicità alle tracce; l’opera, infatti, va goduta nella sua interezza, ed è proprio l’aspetto visuale che fa risaltare lo spirito caleidoscopico e trasognato dei brani del disco, piccole operette che narrano di un quotidiano quasi surreale e che ciondolano dal consueto decotto di pop e ritmi dance (il singolo Hard to say Goodbye), fino a una bossa nova shakerata e imbevuta nell’acido (Floating By) e a corse a rotta di collo nella stratosfera ritmica della house anni ’90 (Get Lost), il tutto intervallato sapientemente da stacchetti di cut-and-paste sonoro che paiono opera dei migliori Avalanches.

Seppur nella sua brevità, Mr. Mellow cela una varietà di sfumature emozionali e sonore che mai Washed Out era riuscito a sintetizzare in una sola opera. Oscillando tra il giocoso richiamo alle droghe sintetiche (vedi le tavolette di xanax e tavor in copertina) e visioni di un magico mondo di frutta candita, tra giallognolo trip della nostalgia e magone post-adolescenziale, a trentacinque anni suonati Greene compie una sorta di retrospettiva della sua vita: ha forse capito da dove arriva e, quindi, dove potrebbe arrivare.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette