Neon Indian (US)

Biografia

La musica dei Neon Indian, come quella di James Ferraro, s’ispira da sempre a una certa iconografia 80s e probabilmente non c’è miglior modo di descriverla se non partendo da uno specifico immaginario di film e videoclip di culto. Alan Palomo, unica mente creativa dietro al progetto, ci è venuto incontro co-dirigendo lui stesso Slumlord Rising, il primo di vari clip che contengono una panoramica esaustiva sulle sue modalità compositive legate all’immaginario filmico, attraverso il racconto delle gesta dell’omonimo personaggio di Slumlord. Il mistero dietro al motociclista rappresentato dal videoclip è una ideale metafora sui motivi per i quali ancora ci ostiniamo a cercare nell’incrocio dei decenni ’70/’80 e ’80/’90 – tra i Seventies della disco music, gli Eighties dell’edonismo synth pop e i Nineties dell’ultima fiammata rock – una qualche sorta di catarsi, un ultimo appiglio per comprendere chi siamo veramente stati prima dell’eterno presente di internet e prima che videoclip come quello di 1979 degli Smashing Pumpkins si circondassero di quest’aura di ultima frontiera novecentesca, una mitica fase analogica precedente ad un inevitabile post digitalmente interconnesso.

L’approccio sonico di questo ragazzo, nato in Messico ma di fatto americano, è ascrivibile sia al concetto di hypnagogic pop postulato da David Keenan nel famoso articolo pubblicato sul numero 306 di Wire, sia alla retromania teorizzata da Simon Reynolds nell’omonimo libro pubblicato nel 2011, parte cioè da queste premesse per imboccare la più classica delle strade escapiste dalla storia dell’arte, con alcune peculiarità e una buona dose di talento che affascinerà anche Peter Gabriel. Fin dall’inizio, la sua musica esce dalle casse dello stereo come un surrogato di 80s dance pop attraversato da un soffio di sognante psichedelia elettronica, un trip in acido mai consumato, una materia fatta per i sogni e i portali della memoria proprio come quella del Random Access Memories dei Daft Punk, ma il cui punto d’accesso non è la porta del mainstream, bensì quella di un onirico parallasse lo-fi. Come si è detto più volte anche per Ariel Pink: ascoltarla è l’equivalente di rivivere i momenti immediatamente precedenti al sonno davanti ad una vecchia TV a tubo catodico sintonizzata su un qualche programma col meglio del decennio edonista. Immaginate la scena: i contorni tra le canzoni e gli arrangiamenti sfumano, le melodie si dilatano, i sintetizzatori acquistano timbriche più vivide, la produzione va e viene in un caleidoscopio di filtri, e il tutto guadagna un’aura di dream pop elettronico sospeso, vivido ma ovattato, un mixtape tremendamente nostalgico di un’età dell’innocenza. Un altro modo di vederla ce lo suggerisce lo stesso Palomo che, intervistato nel 2010, indica come influenze del progetto, oltre a Pink, anche ascolti fatti al College, tra cui quelli di Sephin Merritt e dei suoi Magnetic Fields e «di tutta quella roba da AM Radio», come dire, una mitica Golden Age Of Radio.

Rispetto ad Ariel Marcus Rosenberg, che è da sempre un grande e beffardo fan di Madonna e della psichedelia dei 60s, Palomo coltiva la passione per la cosmic disco di Daniele Baldelli, le romanticherie sintetiche dei New Order di Bizarre Love Triangle, magari proteinizzate da una mano di french touch e un tocco di sampling. Il sound di Neon Indian, mutuato dai suoi due precedenti progetti (Ghosthustler il fugace lato elettrock, Vega quello synthpop e dance), è dunque la risultante di due tradizioni di ballabile tipicamente europee, ovvero il synth pop e la disco, due facce di una medaglia che il musicista – figlio di Jorge, una pop star messicana dei ’70/’80 – da sempre vive come parti fondanti di una centrifuga ritmico-melodica capace di assorbire anche un ampio spettro di fascinazioni, dagli allunghi indie e shoegaze allo sbraco negli assoli di chitarra, ma che da sempre fonda il suo sguardo su un’elettronica visiva e maniacalmente autocostruita, pezzo per pezzo. Da buon fan di Blade Runner, Neon (la luce più iconica dei film sci-fi) e Indian (una natività/alterità americana depositaria di un’antica saggezza) cerca le sue verità oltre la superficie: così come Rick Deckard è l’inconsapevole artificiale spedito a caccia di replicanti, allo stesso modo Palomo indaga la matrice dei suoi riferimenti musicali e cinematografici fino a ridurli agli elementi di base.

All’altezza del suo secondo album, Era Extraña, un lavoro composto in solitaria a Helsinki, in Finlandia, e prodotto negli studi di un Dave Fridmann che sigla una importante ed inedita virata professionale nel suo sound, oltre che un ampliamento di una palette di riferimenti che ora comprende anche un taglio (major) indie e influenze shoegaze (My Bloody Valentine, Slowdive), il ragazzo costruisce un piccolo sintetizzatore coadiuvato del team di Bleep Labs (il PAL198X) che verrà allegato alla versione Deluxe del disco e utilizzato come fonte d’ispirazione per la composizione dei brani, una linea guida che finisce per svelare una carriera comparabile a quella del texano Johnny Jewel dei Chromatics, ovvero nel segno del producing e della cinematica, concentrata a partire dai dettagli da studio e dall’home recording.

Fin dal suo primo portale ologrammi, ovvero l’album casalingo Psychic Chasm, la cui composizione è partita dalla stesura fulminea di Should Have Taken Acid with You, un brano dedicato all’ex ragazza Alicia Scardetta che è indicata anche come depositaria della ragione sociale del progetto, Palomo raccoglie i favori della critica soprattutto per il portato pop della sua musica, grimaldello in grado di aggregare e compattare i tocchi eccentrici dei suoi arrangiamenti, ma nel terzo album pubblicato nel 2015 Vega Intl. Night School è chiaro che al Palomo performer calzano più che bene i panni del karaokista e che il cuore della sua musica è fatto di un alchemico gioco d’equilibri tra ballabile, produzione e performance. Del resto anche la stessa Should Have Taken Acid with You era stata pensata come una produzione solista di Vega (il suo alias synth pop sospeso proprio per coltivare il successo dei Neon Indian), e ancora Vega fa da prefisso al titolo di questo disco, che è stato riscritto da capo in seguito ad furto del portatile subito nel 2013, destino che per l’ennesima volta porta il musicista a far confluire una produzione pensata con il vecchio alias nel nuovo corso discografico, dove la melodia è ancora protagonista ma pur sempre funzionale all’arrangiamento, al sincopato disco, ed è sempre sul filo del caos, sottolineavamo in sede di recensione.

A Palomo, per sua stessa ammissione, non è mai piaciuto molto il mare, tanto che il primo mito da sfatare riguardo alla sua musica è proprio quello dietro alla composizione del primo album che, in verità, è stato scritto in un appartamento di Austin. Di conseguenza, fuor d’etichetta, le produzioni di Neon Indian non sono mai state banalmente chillwave perché mai completamente sdraiate al sole del ritornello estivo; piuttosto, nel primo e nel terzo album, i brani si configurano come dance song pensate per brillare nella notte di qualche mitica ed eccentrica discoteca italiana persa nel tempo.

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