Recensioni

6.8

Cercare di individuare e definire la maturità artistica di un’artista come Katie Crutchfield è sempre stato un gioco (piuttosto impegnativo, a dire la verità) in cui la critica ha investito fiumi di parole, tesi ed opinioni. Nonostante Pitchfork parlasse già di vagrant wisdom in riferimento a Cerulean Salt del 2013 e di artista ispiratrice per le nuove generazioni su Ivy Tripp del 2015, non risulta così difficile individuare in Out in the storm del 2017 il lavoro più completo del lotto. Per spiegare meglio questo punto di vista diciamo pure che con esso si è compiuto il vero balzo in avanti, perché sono state massimizzate le diverse anime di Waxahatchee. Quali? Per dirla con le parole di Ilaria Nacci su SA, l’indie rock reazionario, lo spleen carico di trasporto, il grunge e il garage. Lo scorso anno, tra anthem, chitarre alla Smashing Pumpkins e una velenosa poetica del disincanto tutto era filato liscio.

Ma Katie Krutchfield, che non ama essere considerata una tipa troppo smooth e prevedibile, a nemmeno un anno e mezzo di distanza torna su materiale concepito tra il 2013 e il 2015 riarrangiandolo insieme al producer Brad Cook (The war on drugs, Bon Iver), un’operazione che era già iniziata con Early Recordings del 2016. La stessa artista lo scorso anno aveva già gettato l’amo, rispondendo così ad una domanda su un eventuale nuovo album: «Not really in the context of actual songwriting, but I’ve been thinking about it (a new album ndr). I really really want to make more country- or folk-sounding music. I really miss quiet music. I’m thinking American Weekend vibes but less, like, emo [laughs]. And slicker production. More country».

Great Thunder è una brusca sterzata con cui la Nostra strizza l’occhio proprio ad American Weekend ma senza la declinazione lo-fi e camerettistica che aveva reso così riconoscibile e iconico quell’album. Sei tracce che svelano un’attitudine sempre più folk e la voglia di rallentare per permettere a tutti di ascoltare le consuete storie fatte di addii, rotture, abbandoni, identificazioni, incomunicabilità. Tutto si raccoglie attorno a un piano e poco altro, ogni strofa ci parla di rapporti con una consapevolezza che si specchia in quella wisdom di cui sopra. La scena è quindi tutta per il caldissimo rapporto tra piano e testo, per quelle domande che Waxahatchee continua a porsi senza avere risposta («What am I supposed to be fighting for? / Will you recognize the failure in my voice before I leave?») e per l’accettazione raziocinante di ciò («I say you will hit the bottom harder each time / I say You can leave all your failure behind»).

A 29 anni Katie Crutchfield è nel pieno della sua maturità artistica, compositiva e psicologica, ma quello che fa di lei una delle artiste più complete del panorama è la sua multiformità unita alla disinvoltura nel cambiare pelle con una eleganza senza pari. Sebbene Great Thunder corra il rischio di perdersi nel mare produttivo di Waxahatchee, il disco è la dimostrazione perfetta di quanto sopra descritto.

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