Film

Add to Flipboard Magazine.

«Non direi di essere particolarmente ossessionato dai dettagli. È il tipo di film che mi piace fare, quello dove c’è una realtà inventata e il pubblico andrà in un posto dove si spera non sia mai stato prima. Di dettagli, è di questo che è fatto il mondo». In questa frase, pronunciata dallo stesso regista, è racchiusa tutta la poetica di Wes Anderson. Giunti al suo nono film in carriera, diventa sempre più difficile e in un certo senso giocoso cercare di destrutturare ancora una volta il suo ennesimo tentativo di riconsegnarci una realtà altra e “inventata” che ha come unico obiettivo quello di parlare direttamente al cuore dello spettatore, invitarlo a riscoprire quella meraviglia connaturata allo sguardo di un bambino e farlo riflettere – di contro – sulla sua realtà, nella speranza che quest’ultima diventi un filo più sopportabile.

È quello che succede anche ne L’isola dei cani, che sancisce il ritorno di Anderson all’animazione in stop-motion a nove anni di distanza da Fantastic Mr. Fox e come per allora vale anche oggi una riflessione sul cinema di questo sensibilissimo autore: se nel live-action non si può fare a meno di notare dettagli e particolari che condiscono e alterano una realtà già data, con l’animazione il regista ha, invece, carta bianca ed è in grado di costruire da zero un mondo che è unicamente e squisitamente suo. Così, anche se l’ambientazione è il Giappone del 2037, e il sindaco della distopica e fittizia città di Megasaki è scolpito su Toshiro Mifune (che inevitabilmente rimanda al cinema di Akira Kurosawa) e la sensibilità che permea i suoi ingenui e idealisti personaggi è un’immagine riflessa della filmografia di Yasujiro Ozu e Seijun Suzuki, ci troviamo costantemente in un mondo che porta la firma di Wes Anderson. In cui la malinconia su ciò che è stato e quello che potrebbe essere regna sovrana e dove ogni singola inquadratura è un’esplosione di emozioni mai pretestuosa o fine a se stessa. L’isola dei cani è, inoltre, il secondo lungometraggio del regista, dopo Grand Budapest Hotel, a prestarsi in maniera più diretta a una lettura politica che riflette quella contemporanea (con il Kobayashi amante dei gatti alter-ego di tutti i Trump di questo mondo) e ribadisce l’oratoria costante in difesa di tutti gli emarginati e i diversi, costretti ad affrontare di petto la violenza e il dolore della separazione, della perdita e dell’ingiustizia «in questo barbaro mattatoio un tempo noto come umanità».

Non si tratta di un esercizio stilistico, non lo è mai stato; semmai, siamo di fronte all’ennesimo aggiornamento del linguaggio cinematografico ad opera di un regista che crede fermamente nel potere terapeutico e salvifico dell’immagine: non è un caso che ai cani protagonisti della pellicola sia concesso di parlare inglese mentre a quasi tutti gli umani spetti l’incomprensibile giapponese (non sottotitolato). Perché, prima ancora che con le parole, Wes Anderson ha sempre parlato tramite le emozioni, la musica (qui onnipresente con gli inconfondibili taiko arrangiati dal grande Alexandre Desplat), i riconoscibilissimi costumi – dall’uniforme scolastica di Max Fischer (Rushmore) alla tuta da astronauta di Atari – le simmetrie delle inquadrature, capaci di unire in un sol colpo due personaggi diegeticamente e metaforicamente lontanissimi. In una parola, tramite il cinema nella sua accezione primaria di immagini in movimento. La sua non è altro che una rielaborazione delle reminiscenze giapponesi proveniente dalla cultura pop e dei mass-media incanalati all’interno del mondo andersoniano, ormai dotato di strutture e forme facilmente riconoscibili, ma non per questo scontate.

Sta qui la firma di un autore diventato marchio di fabbrica di se stesso fin dai primissimi titoli di testa di ogni nuovo lavoro («Ci sono volte in cui penso di cambiare approccio, ma in fondo mi piace il modo in cui lavoro, è la mia firma come regista»), in un improvviso, spontaneo ritorno all’essenzialità dell’esistenza, alla basilarità degli affetti, come un bambino che in maniera del tutto naturale sfida un intero Paese pur di rimarcare l’amore per il proprio animale o come un colpo di vento che scompiglia il ciuffo di un cane che guarda dritto in direzione della macchina da presa.

1 Maggio 2018
Leggi tutto
Precedente
Forth Wanderers – Forth Wanderers
Successivo
Dylan Carlson – Conquistador

film

recensione

recensione

recensione

Wes Anderson

Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore

artista

artista

artista

artista

artista

Altre notizie suggerite