Recensioni

Non c’è alcun dubbio che Alexandre Desplat sia uno dei migliori compositori della sua generazione. Con una carriera per il cinema iniziata nella metà degli anni Novanta, Desplat ha saputo ritagliarsi negli anni una riconoscibilissima cifra stilistica, mutuata dai film di Jacques Audiard – a cui deve l’esordio sul grande schermo – passata poi per il successo internazionale e commerciale grazie alle saghe di Twilight (The Twilight Saga: New Moon) e Harry Potter (Harry Potter e i doni della morte – Parte 1 e 2). La seconda collaborazione più proficua arriva per il maestro Roman Polanski, per cui compone le musiche dal 2010 (da L’uomo nell’ombra fino al più recente Quello che non so di lei), mentre la terza – che è anche il soggetto di oggi – è quella per Wes Anderson.
La collaborazione inizia nel 2010 con Fantastic Mr. Fox, che non a caso sancisce una svolta nel cinema del regista texano: oltre ad essere il suo primo tentativo nel mondo dell’animazione in stop-motion, il film segna anche il connubio definitivo e destinato a durare tra le precise e millimetriche geometrie delle sue inquadrature con tutti i reparti tecnici della produzione. Se prima d’allora il controllo creativo di Anderson si era imposto principalmente sulla narrazione e la regia, adesso ha una tale padronanza del mezzo e una consapevolezza così matura da essere in grado di studiare in dettaglio la giustapposizione tra queste e il reparto scenografico, così come la tessitura della colonna sonora (precedentemente affidata all’estro impazzito di Mark Mothersbaugh) che si fa più serrata, controllata, quasi clinica. Il cambiamento è fin troppo evidente nel primo live-action con Desplat agli spartiti, Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore, dove ogni sequenza è seguita pedissequamente da un sentimento espresso in musica e orchestrato dal francese su precise indicazioni di regia. Gran Budapest Hotel sancì la perfetta sincronicità delle due menti, che portarono all’Oscar – il primo in carriera – per Desplat.
Per L’isola dei cani (Isle of Dogs), il lavoro del compositore francese estremizza questa sincronicità tra immagine e musica, tra sentimento e suggestione, tra montaggio e ritmo narrativo. Le percussioni sono il vero leitmotiv di tutta la partitura, coadiuvate da pomposi fiati che ne esaltano la cadenza, e rimandano a un Giappone mutuato dai film di Akira Kurosawa e al relativo immaginario, da non confondere mai con il Giappone reale. La fantasia è sempre stata al centro del lavoro di Anderson e i cori soffusi che davano il ritmo del Grand Budapest Hotel ritornano qui con un enfasi epica volutamente enfatizzante. È un po’ come se ci trovassimo di fronte a un western di Sergio Leone, ma ambientato in Sol Levante (che poi lo stesso Per un pugno di dollari non era altro che un remake bello e buono de I sette samurai di Kurosawa), con quell’estasi mitica così incredibile da risultare realistica. Ridotte al minimo, come mai prima d’ora, sono le inserzioni – bellissime – estrapolate dall’esterno (troviamo le sole I Won’t Hurt You della West Coast Pop Art Experimental Band, Tokyo Shoe Shine Boy di Teruko Akatsuki e Kosame No Oka, tratta proprio da L’angelo ubriaco di Kurosawa come brani, più un classico riarrangiato).
Il tappeto sonoro di Desplat si conferma come l’altro volto dei film di Wes Anderson e non ci stupiremmo se questa collaborazione dovesse estendersi per tutta la futura carriera del regista; per il compositore è evidente la dimensione da “fuggitivo” del compito, fuggitivo dal mondo ormai consolidato delle composizioni hollywoodiane, dove la sua affermazione è stata sancita anche dal secondo Oscar, ricevuto quest’anno per La forma dell’acqua – The Shape of Water.
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