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“A volte sento di dover fuggire via”, cantavano i Soft Cell (e ancor prima Gloria Jones). La fuga non è da un amore corrotto, questa volta, ma dalle speranze ridotte al lumicino che un non meglio specificato piccolo paese europeo è in grado di offrire, sognando una nuova vita in una metropoli conosciuta solo grazie alle immagini proiettate da un grande TV color, nitide e dai colori vivi e accesi. Recidere il cordone ombelicale e viaggiare verso l’ignoto, dunque, è la decisione che prende la protagonista del racconto che si sviluppa nel concept-album dei White Lies, sull’equilibrio delle relazioni (tra due amanti, tra genitori e figli…), che giunge dopo l’ottimo successo di due prove come To Lose My Life e Ritual. La storia avrà un lieto fine? Lo si può scoprire solo ascoltando per intero il terzo lavoro del trio londinese, più ambizioso dei precedenti ma al contempo più solido, fedele a uno stile che è un trademark consolidato fatto di magniloquenti tessiture tastieristiche, un basso à-la Simon Gallup (i ragazzi incidono per la Fiction, per anni la casa dei Cure), la voce scura ma slanciata di Harry McVeigh e una propensione spiccata al ritornello anthemico.

Una ragazza, il suo compagno, un padre speaker radiofonico mai conosciuto prima. Luci e ombre, tensione e abbandono, sprazzi di luce e baci con le lacrime agli occhi sotto la pioggia scrosciante: nelle mani sbagliate poteva diventare la sceneggiatura di una fiction di serie B di un regista di belle speranze col feticcio di Bret Easton Ellis, e invece tutto funziona (quasi) fino alla fine. Le insidie dell’edonismo possono spingerci avanti e indietro, come su un ascensore impazzito, dal 1985 al 2013 e viceversa – e anche il produttore Ed Buller (già reincontrato con piacere con i Suede) insieme alla band non fa che confermare quest’impressione: il gioco del “motivo mascherato” è fin troppo ingenerosamente canzonatorio, ma è fuori discussione che i tre abbiano ancora lo sguardo rivolto all’alternative rock di trent’anni fa. Per questo, non ci si stupisca più di tanto se si trovano tra le pieghe i Tears For Fears di The Hurting in First Time Caller e in Mother Tongue, piuttosto che gli Echo and the Bunnymen, scampoli di Night Time dei Killing Joke, dei Cars, degli Psychedelic Furs e degli Ultravox.

I nuovi brani (dieci, più due brevi interludi strumentali) sono potenti e sono nati per essere cantati al secondo ascolto. Tutto è straordinariamente denso nella title-track che funge da opening scene, e il ritornello del singolo There Goes Our Love Again è di quelli che stendono al tappeto (segno che quelli di Strangers e Farewell To The Fairground non sono stati semplici colpi di fortuna). Gli archi simulati al synth non traggano in inganno, qui non si guarda solo dallo specchietto retrovisore – il vintage sa fondersi con suoni più moderni in Change, ballata spaziale in cinemascope che mette insieme Jon & Vangelis e il più recente Dave Gahan delle avventure extra-depechemodiane, e nei Killers sotto mentite spoglie di Be Your Man. Non è affatto detto che, scavando in una miniera d’oro, si trovi per forza un tesoro nascosto: il disco finisce con una doccia gelata (“This killing time is going to bruise forever / So turn it back / better late than never“) dopo aver accompagnato sensazioni e stati d’animo contrastanti, un corto circuito tra individualismo e volontà di amare qualcuno più di quanto questi possa ricambiarci.

Se la patina post-adolescenziale della trama non spaventa, siamo di fronte al disco più interessante dei White Lies pubblicato fino ad oggi. Se i detrattori con il santino di Ian Curtis li dipingono come un bluff clamoroso a rimorchio dei più rispettati Interpol ed Editors, loro si rivelano tutt’altro che bugie innocenti – semmai artisti con le idee sempre più chiare, pronti a sfidare la concorrenza a settembre piuttosto che nell’assai meno competitivo contesto post-natalizio che fece balzare il debutto al n. 1 nel Regno Unito. Non era solo hype, quello. Una bella conferma.

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