Recensioni

6.3

Il terzo disco dei White Lung da Vancouver è anche il loro esordio per Domino. Ed è un disco – ancora una volta – fondamentalmente punk, sia per la durata (10 brani per 22 minuti), che per il suono: battente senza tregua, chitarre lancinanti, batteria pestona, basso a seguire. Tutto, dunque, è al posto giusto, sotto la produzione di Jesse Gander, già presente in Sorry: la voce sopra le righe della cantante (Mish Way), il ripescaggio dell’hardcore qui (Sychopant), del punk anni Novanta lì (In Your Home, quasi emo).

Chi ha parlato di foxcore resterà deluso, poiché le coordinate entro cui si muove il suono non hanno (o hanno molto poco di) quel metal che tanto aveva dato al sottogenere in questione. Qui si tratta invece di una via di mezzo tra la potenza di certo hardcore (senza mai i suoi tempi rapidissimi) e il primo punk americano. Forse la cosa più riot grrl, invece,  è la voce di Mish Way, che varia su registri prima più tenui poi più aggressivi: con un po’ di schizofrenia in più saremmo dalle parti delle Babes in Toyland di Fontanelle.

Rispetto ad esempio ai contemporanei Perfect Pussy, i testi hanno sì introspezione, ma minore sofferenza da vissuto traumatico/disperato: qui la carica negativa è tutta nell’urgenza del suono, che forse paga in autenticità ciò che guadagna in brillantezza, soprattutto per quel che riguarda la produzione. Certo, siamo sempre nell’alveo punk, quindi le possibilità di aggiornamento del canone hanno possibilità risibili, e magari i pezzi non sono tutti memorabili, ma il disco conserva (anche per l’esigua durata) una certa compattezza di intenti e di sound, nel suo rifiutare gli intellettualismi e procedere tutto di pancia.

La ragione per cui questo album merita non è dunque (come motivato da certa stampa straniera) il suo essere un prodotto del tempo in cui viviamo, in cui l’immagine della donna viene prima della sua essenza. E non lo è nemmeno il suo essere un disco che può ricordare quelle band femminili dei primi Novanta (cosa tra l’altro tutta da dimostrare).  Deep Fantasy ha la sua ragion d’essere, come spesso nel punk, fuori da questi discorsi sulla metafisica attorno alla musica: è un disco che fa il suo dovere di macinare un suono aggressivo in maniera omogenea, senza lampi di imprevedibilità ma senza nemmeno scadere nel ridicolo. Ridurre questi pregi con discorsi sull’hype sarebbe davvero il torto peggiore che si può fare, oggi, ai White Lung.

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