Recensioni

L’annuncio della fine dell’avventura degli Smith Westerns aveva preso un po’ tutti in contropiede, soprattutto perché arrivava non troppo distante dall’ultimo e miglior album della band di Chicago, quel Soft Will che mostrava finalmente una scrittura pop completamente credibile e incredibilmente piacevole. Mentre l’ex frontman Cullen Omori continua in solitaria ad apparecchiare la tavola con un indie-psy-jangle pop (vedi il discreto esordio New Misery) che in parte suona come il proseguimento naturale della vecchia formazione, Max Kakacek e Julien Ehrlich (già batterista degli Unknown Mortal Orchestra) si concedono una rinascita stilistica con i Whitney, band formatasi lo scorso anno ma arrivata sotto i riflettori solamente ad inizio del 2016 con No Woman, uno dei singoli dai tratti più soavi e distintivi del panorama indie di questo primo scorcio di anno. Le suggestioni che riecheggiano le lande desertiche e sconfinate degli States la rendono una sorta di versione post-moderna e west-coast di A Horse With No Name degli inglesi America. Perfetta background music per un lento risveglio, caffè in mano e sguardo che si perde guardando l’orizzonte.
Non tutto il materiale contenuto nell’album di debutto Light Upon the Lake è all’altezza di No Woman, ma le coordinate sono a grandi linee le medesime. La tradizione country-folk va a braccetto con sornioni passaggi soft rock dalle calde e sudaticce venature vagamente soul: i nomi spendibili sono quelli storicamente legati ai primi anni Settanta, dai Flying Burrito Brothers a Neil Young, passando per The Band, Townes Van Zandt e i Chicago, dai quali i Nostri ereditano il motto “rock and roll band with horns”. I fiati di Will Miller (protagonisti a più riprese, su tutte nella strumentale Red Moon e nell’outro di Polly) sono infatti uno degli elementi chiave della cifra stilistica degli americani. Nonostante una variegata e particolareggiata gamma strumentale (tra i tanti strumenti, anche tastiere vintage e bonghi) i Whitney si oppongono a quelli che rimangono ancora oggi i crismi di certi seventies (assoli interminabili e lunghi brani-suite), concentrando le proprie composizioni in brevi slanci di due o tre minuti, nei quali riescono nell’intento di maneggiare una materia “classica” senza necessariamente suonare revivalistici, costruendosi di fatto un piccolo orticello in un’area poco calpestata dall’attuale scena pop-rock.
Capitolo a parte merita la voce tra il piagnucolante e l’eccessivamente melodioso di Julien Ehrlich, batterista e cantante della band. Il classico timbro destinato ad essere amato o odiato: troppo caratteristico (talvolta potrebbe azzardando, addirittura riecheggiare Pino Daniele) per passare inosservato tra linee vocali smooth che suonano talmente innocenti da ondeggiare pacate e distese lungo buona parte del disco. Può certamente non piacere ma va riconosciuta la quasi unicità di un simile approccio al canto. A livello di scrittura ci si svincola tra alti e alcuni bassi comunque mascherati da una maturità per certi versi sorprendente, considerata l’ancora giovane età. Ciò nonostante è difficile rimanere stregati dalla fiacca Golden Days (tenuta in vita dalla chitarra e dall’apertura cinematica dei fiati sul finale) o dalla stucchevole On My Own, fin troppo melensa tra un «Oh but I want you in my arms» e un «Baby I can’t sleep alone when you’re on my mind». Va meglio quando è lo strumming a tenere le redini di situazioni più vicine al folk-rock come in Follow o quando la brezza precedentemente citata si tramuta in vento in faccia da finestrino abbassato come nella più energica No Matter Where We Go: «I can take you out I wanna drive around With you with the windows down And we can run all night». Convincenti anche nel groove trascinante di Falls e in Light Upon The Lake, title track immersa in sentori CSN&Y/Fleet Foxes, compreso un tentativo di armonizzazione nel ritornello «Will life get ahead of me?».
Light Upon the Lake non è certamente un punto di svolta nella discografia del 2016 e probabilmente non sarà neppure un top di gamma da classifiche di fine anno come potevamo presagire dall’illusoria No Woman, ma è un disco assolutamente prezioso per l’estate ventura.
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