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Si può essere allo stesso tempo esuberanti e malinconici? Jack Tatum rispondere senza batter di ciglio. Sì. Anzi, come scriveva Arthur Schopenhauer, «la malinconia attira, il tedio respinge». La musica di Wild Nothing è affascinante, lo è stata sin dal principio. Indigo arriva sul finire dell’estate, quando l’autunno comincia a fare capolino, e conserva le solite dicotomie dell’estetica che contraddistingue l’artista statunitense: anni Ottanta, a testimoniare uno dei casi più riusciti di retromania, esotismo e chitarre liquide da una parte; indie post-’00, oscuro intimismo e voce delicata dall’altra.
Gemini e il capolavoro Nocturne avevano lanciato Tatum nel firmamento dell’indie del secondo decennio degli anni Duemila, Life Of Pause proseguiva sulla scia senza lasciare il segno. Il quarto album di Wild Nothing allontana qualsiasi dubbio sulla possibilità di un cambio radicale di sound, magari maturato nell’arco di qualche disco, come accaduto agli Arctic Monkeys. Sotto questo punto di vista Indigo è ortodosso: se segui l’artista, ci trovi dentro tutto quello che lo caratterizza. Non hai bisogno d’altro in fondo. In tutto questo c’è un lato positivo e uno negativo: se da una parte c’è il rischio di tacciare di pigrizia il buon Jack, dall’altra non si può nascondere che le abilità di songwriting e arrangiamento del ragazzo sono superiori alla media. Così, abbiamo i ritornelli intriganti (Shallow Water), il singolone trainante (Letting Go) e i buoni esercizi di stile (Flawed Translation). Ci sono poi la chitarra saturata in primo piano che squarcia a brandelli Canyon On Fire, il sax dell’eterea The Closest Thing To Living e il cocktail a bordo piscina sulle note di Partners In Motion. Una delle parole chiave di Indigo ce la fornisce lo stesso Tatum in un verso del brano che apre l’album: «Surreal». Il surrealismo dei suoi brani – sempre rincorso sin dagli «occhi sulla nuca» e in frasi come «I’d rather live in dreams and I’d rather die» di Nocturne – ha un qualcosa di perturbante che, nonostante testi non così incisivi e suoni certamente non avanguardisti, affascina.
Ed ecco il maggior pregio di Wild Nothing, e quindi del suo ultimo album: il talento nel mettere insieme dischi che si lasciano ascoltare dall’inizio alla fine. Non solo, una volta finito Indigo si ha l’impressione che sia passato innocuo e anonimo. Invece, ti ritrovi a canticchiare i suoi ritornelli e doppiare i riff. Nulla di nuovo perché con Jack Tatum è sempre successo. Non durerà in eterno, ma al momento l’argento negli occhi è vivo e scintillante.
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