• mag
    12
    2017

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Bella Union

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Il trentenne Will Stratton arriva dall’altra parte dell’Atlantico, vive a New York e scrive di ipnosi e fragilità umane con la maturità e la naturalezza di chi è arrivato già in alto come dimostrava il buon Post Empire, suo precedente lavoro. Stratton è uno che ha sempre prediletto i piani bassi della vita, per poi rinascere: dopo un cancro scoperto nel 2012, il musicista ha interrotto per un po’ di tempo la vita da musicista, reinventandosi insegnante e saggista, con scritti su Adorno e la propaganda fascista. Chi in lui vede un moderno Nick Drake forse non è ancora entrato nell’universo di questo trentenne dall’animo elegante e dai modi delicati: che un debito, anche bello grande, con le atmosfere drakiane ci sia è ormai accertato, ma lo spirito tormentato e i solipsismi lirici del fuoriclasse del Warwickshire non si possono collegare al mondo più morbido e fluttuante di Stratton. C’è piuttosto un avvicinamento ai primi lavori di Sufjan Stevens, al minimalismo di Terry Riley se proprio questo gioco dei confronti deve essere portato avanti.

Nel suo sesto album, Rosewood Almanac, il cantautore americano dipinge un bozzetto giocoso fatto di voci dolcissime e chitarre armoniose, mite tristezza e un calore sottopelle, timido e intimista; dai preludi di pianoforte a squisite melodie popolari influenzate da maestri come John Fahey e Leo Kottke, la sua voce rilassata e scintillante si districa nelle storie nebulose fra West Coast e Jonathan Wilson. Dal sax epico della magnetica Manzanita a quella festa agreste di archi che è Vanishing Class (in contrasto netto con l’alienazione delle persone alla scadenza delle elezioni statunitensi), passando per lo strimpellare pastorale di Light Blue o la meditazione fragile in Skating On The Glass, Stratton abbraccia costantemente una nostalgia soffusa e luminosa a metà fra Neil Halstead e James Taylor, trascinando la sua stessa chitarra, ormai prolungamento di quel corpo sensibile che è l’anima dell’americano, dentro un’energia luminosa e diurna, come un sole mattutino che sbuca dalle tende leggere. Così ha inizio la nuova vita nel canzoniere maestoso di Stratton, che scoppia di un calore umano raramente rintracciabile in un supporto freddo come quello di un disco.

Avendo ascoltato attentamente giganti come Leonard Cohen e Hank Williams, cantanti che cercano di trarre significato da ogni suono che eseguono, Stratton si è concentrato più che mai sul canto e sui testi, come del resto ha affermato: «alcune parole sono politiche, alcune sono immaginarie, altre sono personali». Rosewood Almanac si rivela uno strabiliante sussurro sull’America intima e riservata delle campagne più brulle, la combinazione perfetta di testi ispirati alla più alta letteratura e melodie arrendevoli, simbolo di una rivoluzione gentile, di una resistenza umana che non prevede strilla e proclami bellici. C’è un Paese alle prese con la propria identità, con la perdita di certezze, e un novello troubadour pronto a raccontare una possibilità che non ha a che fare con la decadenza dello spirito, con l’involuzione delle menti.

Stratton trasforma il buio del pensiero in qualcosa di inaspettato e magico modellando melodie popolari cristalline con virtuosismi classici privi di qualsiasi vanità da primo della classe; un’erudizione musicale onesta che lo avvicina a cantautori del calibro di Robin Pecknold, Elliott Smith e Justin Vernon. Il suo piccolo – dura meno di 35 minuti – Rosewood Almanac ci regala la vivida e seducente fotografia di un giovane uomo alle prese con le confessioni di un paese intero, di un mondo nuovo, che potrà trovare salvezza sempre e solo nel dono della musica

12 maggio 2017
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