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Quando a giugno uscì il trailer di Sotto il sole di Riccione, seconda produzione italiana Netflix a essere ambientata tra gli ombrelloni della riviera romagnola (Summertime risale ad aprile), i suoi lunghissimi due minuti e mezzo avevano raccontato tutto quello di cui poi il film avrebbe parlato, confermando qualsiasi aspettativa creatasi dopo l’annuncio. Si potrebbe “incolpare” chi il trailer l’ha montato, ma sarebbe inutile, dati i princìpi fondanti di un’operazione nostalgia/tributo di questo tipo, primo lungometraggio firmato da Enrico Vanzina senza l’aiuto del compianto fratello Carlo (sostituito dagli “esordienti” YouNuts!). Infatti, ampliando ulteriormente lo spettro d’indagine, è la natura stessa della carriera dei fratelli Vanzina ad essere scheletro e bussola del film, da sempre fondata sulle più basilari tecniche di riproduzione seriale tanto da renderla (nel bene o nel male) un unicum nel panorama cinematografico italiano degli ultimi quarant’anni.

Sotto il sole di Riccione è un remake sotto mentite spoglie di quell’intramontabile Sapore di mare del 1983, che aveva già sulle spalle due stanchi rifacimenti: il diretto sequel dello stesso anno Sapore di mare 2 – Un anno dopo e l’aggiornamento del 2014 Sapore di te (caduto nell’oblio nel giro di poche settimane, non a torto). Gli elementi principali ci sono tutti e forse è anche inutile elencarli uno per uno; giusto per citare quello più calzante, a parte le solite scenette degli equivoci nelle camere d’albergo o la struttura da simil musicarello dei primi anni Sessanta, a guidare l’ensemble troviamo anche Isabella Ferrari, che aveva esordito proprio in Sapore di mare nel ruolo della tradita Selvaggia. Sembrerà banale ribadirlo, ma non basta spostarsi geograficamente (da Forte dei Marmi a Riccione), temporalmente (dagli anni Sessanta/Ottanta al presente) o musicalmente (da Gino Paoli/Edoardo Vianello a Tommaso Paradiso) per depistare ipotesi e pregiudizi pre-visione, così diventa naturale chiedersi se fosse questo il vero intento.

Ennesimo tassello di un percorso cinematografico su cui grava lo scorrere del tempo, Sotto il sole di Riccione è completamente privo di mordente e inventiva. Poiché tutto il discorso ruota attorno alla conquista sessuale e amorosa (maschile, perché le protagoniste femminili non sono tali nemmeno nelle loro linee narrative), è frustrante notare come il film manchi di un elemento basilare come l’erotismo, che invece poteva vantare Sapore di mare (stesso difetto di Summertime). Cosa ancora più grave, la totale assenza di una forte e inclusiva rappresentazione di una gioventù “meno perfetta ma più veritiera” (il politicamente corretto non c’entra) allontana il film dalla “leggera semplicità” di cui vuole farsi manifesto e lo trascina sui lidi di una “pesante superficialità”, esemplificata dalla serie sconnessa di “bro”, “frate”, “raga” sparati a mitraglietta. Certo è che, per spezzare almeno una lancia a favore, alcune trovate potrebbero anche funzionare (il superamento delle app per incontri, le risate che «fanno male agli zigomi»), ma si potrebbe anche discutere su quale “normalità” questa tipologia di cinema italiano si ostini a veicolare, alla stregua di un Mr. Burns che si traveste da studente in uno degli episodi più iconici de I Simpson.

Purtroppo, a questa carrellata inconsistente di episodi montati con ritmo sostenuto (forse l’unico vero pregio), contribuiscono “silenziosi” i giovani che ravvivano l’operazione: il duo YouNuts! Antonio Usbergo e Niccoló Celaia, che sono gli ideatori del videoclip di Riccione dei Thegiornalisti a cui il titolo del film fa riferimento (e con cui condivide lo spirito scanzonato ma plasticoso), e il nutrito cast di attori ereditati da altre produzioni teen italiane (Baby, Skam Italia…), impossibilitati a rendere credibili molte delle scelte in sede di sceneggiatura. Così emerge la vera stella guida di un’operazione certosina come Sotto il sole di Riccione, ovvero sponsorizzare il musicista a cui il film è dedicato. Pur non essendo attore protagonista come poteva essere negli anni Sessanta (vedi Gianni Morandi, Adriano Celentano, Caterina Caselli, Fred Buscaglione), il solista Tommy Paradise rimane comunque la figura centrale di tutta la storia, deus ex machina che offre la (ri)soluzione ai personaggi con la malinconia rétro di Fine dell’estate (dall’album Fuoricampo). «La mia malinconia è tutta colpa tua e di qualche film anni ottanta». Quando si riuscirà a voltare pagina da quello che si è stati per esplorare cosa si potrebbe essere?

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