Recensioni

Avvolto nel mistero, il progetto Yves Tumor da sempre elude categorizzazioni e aspettative. Ci si è assestati sull’etichetta “experimental” per definire la sua musica, nonostante il suo camaleontico Safe In The Hands of Love, uscito per Warp lo scorso anno, contenesse alcuni dei brani più accessibili e obliquamente indie-rock della sua carriera. Nei tortuosi momenti di cacofonia tanto quanto nelle interstiziali esplosioni di luce, rimaneva qualcosa del suo apprendistato a metà strada tra noise, ambient, field recordings e musique concrète, ma a conti fatti, con quel disco Tumor si guadagnava una nuova fetta di pubblico assetata di sing along e comprovate pose da punk rocker.

Il suo concerto allo storico Scala di King’s Cross è l’atteso ritorno di Yves Tumor & Its Band a Londra, a sei mesi di distanza da un esclusivo concerto alla Hoxton Hall, una venue troppo piccola per contenere l’hype (il concerto andò sold out in poche ore). A metà concerto Tumor, aggirandosi nella penombra, spalle al pubblico, si lamenta del coprifuoco delle 11:00, giustificando così la vertiginosa rapidità della scaletta, 40 minuti scarsi di incendiario avant-rock, in bilico tra derive più heavy, con tanto di tonanti, protratti assoli all’elettrica, e gli accenti funk di alcuni brani chiave, sostenuti da un’impressionante performance della bassista (il meglio dei due mondi compare in un’incisiva performance del singolo Noid). Tumor, in parrucca rossa, giubbotto di pelle nera, pantaloni scozzesi a due colori e stivali, si presenta come un’affascinante, ibrida creatura da palcoscenico, una via di mezzo tra la presenza anfibia di Tricky e il goth-glam del Marilyn Manson anni Novanta, una figura praticamente genitoriale per il Nostro come per tanti dei produttori e musicisti associati a PAN, Halcyon Veil ed altre etichette sperimentali, che in Tumor ormai vedono una figura di riferimento.

A giudicare dal live di Tumor di questa sera, non sembra essere rimasto molto delle leggendarie, interattive performance della sua prima fase creativa (in un video del 2016, per esempio, potete vedere Tumor che mette a tappeto i modelli di Hood By Air durante una sfilata): muovendosi a scatti sul palco, e trasformandosi progressivamente in un luccicante bagno di sudore, Tumor a estrosità e interazione preferisce un atteggiamento da performer navigato, a tratti schivo, intento a riprodurre la versione più autentica e fedele possibile della sua ultima visione e incarnazione artistica. Proprio in questo aspetto risiedono il fascino e assieme il limite del concerto. Da una parte, proponendo quasi esclusivamente brani da Safe In The Hands of Love (inclusa la semi-parodica bonus track Applaud, in cui il Nostro canta: «I’m just a rock and roll baby») e presentandoci un ritmo serrato di brani rock dal sound iper-saturo, in perenne balia di feedback e assordanti delay, Tumor e la sua band si impongono come un ensemble fortemente caratterizzato, colto all’apice di un processo di affermazione. Dall’altra, i brani finiscono per sovrapporsi senza particolari scossoni o cambi d’atmosfera, mancando di rappresentare la varietà e l’affascinante ambiguità dell’Yves Tumor produttore. Non sembra esserci spazio per un momento d’astrazione o di respiro, né per una rivisitazione delle intense, cupe composizioni ambient di Tumor o del surreale intimismo dei suoi brani più sampledelici. Sulle melodiche Licking An Orchid e Lifetime ricade il fardello emotivo del set. Qui emergono con forza le doti del Tumor songwriter: il pubblico si fa spazio tra le frustrate della batteria, cantando a squarciagola con Tumor alla ricerca di un punto di contatto.

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