Recensioni

7.3

Yves Tumor è un’entità abbastanza sfuggente, con riferimento sia all’artista che all’uomo. Probabilmente americano e forse attualmente residente a Torino (nessuno sa esattamente nemmeno il suo vero nome, che parrebbe essere Sean Bowie), il suo approdo su Warp dopo l’intrigante e confuso Serpent Music arrivato via PAN non ha aiutato a saldare grandi certezze. Safe in the Hands of Love, il suo esordio ufficiale, prosegue sullo stesso versante di fumosità e ben riposte pretese arty. Si potrebbe spendere un vago tag experimental semplicemente per dire che non si capisce bene nemmeno cosa faccia musicalmente, perso com’è in una coltre di riferimenti che muove dal primo Arca e all’Oneothrix Point Never sornione di Garden of Delete (ascoltate numeri come la dance post-industrial di Economy of Freedom). Diciamo che l’intingolo pesca a piene mani da diversi calderoni, amalgamando il tutto in un’improbabile ma titillante humus che raccoglie sensualità future-r&b (tant’è che all’inizio della carriera sembrava volesse battere più su un fronte à la serpentwithfeet), dream pop, EDM decostruita, scaglie hip hop, certi suoni da iperrealismo in HD, sfuriate noise e dilatazioni ambient, e perfino alcuni inaspettati recuperi dal brit-pop di fine anni ’90. 

Faith In Nothing Except In Salvation è un intro decisamente poco calzante che curiosa nella soffitta di un abstract jazz fatto di corni campionati e rullate tamburesche che non arrivano da nessuna parte, e risulta un poco avulsa da tutto il resto. Dicevamo dell’inafferabilità della proposta, e allora ecco una palette che (non) si risolve in una sclerotica costellazione di scampoli ritagliati da chissà dove, a comporre un dicotomico affastellamento quasi paradossale: c’è la cerebrale (e un poco soporifera) techno scarnificata di Honesty, seguita da una Noid che è festoso pop anglofono contagiosamente catchy, con tripudio di synth estivi e subitanei cambi di accordi. Il cuore teorico del disco sembra essere la cupa Hope In Suffering, un delirio in climax di droni post-apocalittici, spoken word con pesante accento inglese e gunshot all’impazzata. E poi l’assolo di violino nella dimessa Recognizing the Enemy, l’anacronistico hypnagogic-pop di All the Love We Have Now (che potrebbe essere uscita dall’ultimo Slide di un George Clanton imbottito di Xanax), le caotiche cacofonie di Let The Lioness In You Flow Freely…

L’unica forma di coesione riscontrabile si intravvede nel nucleo centrale del disco (le tracce dalla 4 alla 8), dove l’esplorazione di strumenti e uso della voce sembra per lo meno seguire un flebile filo conduttore che arriva spesso a ricordare certi momenti di King Krule. La caleidoscopica bulimia musicale pare comunque subalterna a una sincera e reale urgenza espressiva, che si declina in una narrazione in chiaroscuro a base di antitesi amore/sofferenza, tortura/piacere, eccetera («Some call it torture, baby I enjoy it» da Licking An Orchid). Quello stesso ossimoro presente nel nome – Yves è un nome francese che trasuda grazia, e la minaccia suggerita da “Tumor” è lapalissiana – è quindi reso da una materia testuale che vive di questo continuo gioco di opposizioni. Insomma, la matassa da dipanare è un discreto casino sotto qualsiasi punto di vista, ma proprio qui sta il suo fascino. 

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