Recensioni

7.4

Kevin Richard Martin si gioca, apparendo anche in netto vantaggio nel testa a testa con Special Request (che attualmente è fermo a tre degli annunciati quattro album previsti per il 2019), il titolo di musicista più prolifico dell’anno: senza contare le uscite di altri artisti a cui ha contribuito (dalle produzioni per l’ultimo EP della sua più recente pupilla, la talentuosa mc israeliana Miss Red, ai remix per Mr. Mitch), il producer altrimenti noto come The Bug ha infatti pubblicato, da febbraio a oggi, il lungamente atteso sophomore-album del progetto King Midas Sound, un inaspettato e personalissimo esordio autografo e i due EP (firmati rispettivamente Flame 1 e Flame 2) che hanno segnato l’inizio della collaborazione con un altro importantissimo dub-master inglese del nuovo millennio, lo sfuggente William Bevan aka Burial. Eppure, non domo, Martin ha deciso anche di rispolverare, proprio in questo 2019, una sigla, Zonal, con cui in precedenza aveva prodotto sì un solo disco (The Quatermass Project Vol. 1 del 2001), ma che poi era soltanto un altro nome per i seminali Techno Animal. Quindi sì, davvero Kevin Richard Martin e Justin Broadrick sono finalmente tornati, e pochi altri sodalizi artistici sembrano altrettanto idonei a raccontare sonicamente questo nostro mondo in cui, dal Kurdistan al Cile, dall’Ecuador al Libano, emergono ogni giorno più violentemente le differenze tra ricchi e poveri, tra nord e sud.

Assoluti pionieri di un suono che incrociava dub, industrial, underground hip-hop, techno, metal e persino avanguardia, i Techno Animal possono essere considerati tra i padri recenti di tutta quella musica antagonista capace di amalgamare tradizioni europee e le suggestioni black più riottose e caustiche; non a caso, in questo nuovo Wrecked, Martin e Broadrick scelgono di farsi accompagnare per una buona metà del disco dalla poetessa e cantante afroamericana Moor Mother. Sono sei i brani affidati alla brava, incazzata e poliedrica artista di Philadelphia, e altrettanti sono gli strumentali: il disco si divide quindi in due parti, la prima più polemica e la seconda più meditativa, ma non per questo più facile e accomodante. È un prevedibile e solidissimo sound industrial-dub quello che attraversa le dodici tracce: aprono l’opera gli eterei droni ronzanti di una Body of Wire dove i testi di Moor Mother avviano una riflessione tra caducità umana, tecnologia e sconvolgimenti ambientali e sociali che prosegue anche nel macilento riddim della successiva In a Cage (nightmare software: warfare?). L’aggressiva e distorta System Error ricorda a tutti perché Techno Animal (e Zonal) vengano ancora considerati precursori di Death Grips e Clipping, mentre l’affascinante e riverberata Medulla avanza minacciosa e antigravitazionale come un mezzo da combattimento alieno, falsamente ammaliante e decisamente letale.

Chiude la prima metà del disco una No Investigation dove le rime sofferte e affilate di Moor Mother sono accompagnate da un tappeto sonoro che pare infine annullare ogni distanza tra il dub post-apocalittico fino a quel punto declinato e memorie di un blues desertico e perdente: come accennato, i restanti sei brani si muovono su coordinate esclusivamente strumentali e questa assenza della voce permette ai due storici terroristi sonici di esplorare ogni possibile anfratto stilistico delle musiche elettroniche e pesanti più ribelli e oscure. Si parte col dub metallico della title track, ma i veri tocchi di classe arrivano con il frammentato ibrido metal-d’n’b di Debris, con il ribollente ambient mefistofelico di Black Hole Orbit Zone, con l’estremo isolazionismo kosmiche della doppietta conclusiva, Alien Within e Stargazer: tasselli di un album più solido che rivoluzionario, un disco che è insieme manifesto del gruppo e di un’attitudine di fare musica che è politica perché orgogliosamente senza barriere. Che poi suoni come la colonna sonora ideale per la città in rovina immaginata da VanderMeer in Borne è semplicemente perché entrambi parlano di futuri poco accoglienti (per usare un eufemismo).

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