• Apr
    07
    2017

Album
Zu

House of Mythology

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È evidente il percorso di rigenerazione che gli Zu stanno compiendo in questa seconda fase della propria storia. L’uscita di Jacopo Battaglia e una serie di vicissitudini personali, riassestamenti, ricongiungimenti che non è necessario ricordare qui hanno allontanato gli Zu dal proprio passato trasformandoli, anzi, rigenerandoli proprio, in qualcosa di altro rispetto al trio di muscolare jazzcore – limitativa quanto volete come etichetta ma indubbiamente quella sotto la quale il mondo musicale li ha conosciuti, apprezzati e rispettati – della prima fase e spingendoli verso panorami decisamente diversi.

Panorami dilatati e oscuri espansi, come avviene in questo Jhator, in due lunghe tracce, venti e passa minuti l’una, che occupano interamente i due lati del disco e che hanno come predecessore ideale, più per “strutturazione” che musicalmente, non tanto il precedente Cortar Todo quanto il lavoro pubblicato con Eugene Robinson The Left Hand Path, seppur quest’ultimo fosse coevo come elaborazione e registrazione proprio a Carboniferous. Se pertanto vi aspettate gli Zu che conoscete, resettate le orecchie: questo è un disco metafisico, notturno, mistico, fortemente spirituale e, musicalmente, costruito sulla dilatazione e sulla frantumazione sonora. Figlio di una rivisitazione interna (dietro le pelli siede lo svedese Tomas Jarmyr di motorpsychiana memoria, ma non solo) e di una “famiglia” di amici e collaboratori più o meno distanti – da Stefano Pilia a Lorenzo Stecconi, da Michico Yagi a Kristoffer Lo o a Jessica Moss dei Silver Mt. Zion – che ne fa quasi un disco angosciosamente corale, Jhator è insieme funereo nelle gradazioni e filosofico-esistenziale nelle finalità, prendendo spunto da certe dinamiche post-apocalittiche da Neurosis ambientali o da ricerche di una metafisica angosciata alla Sunn O))) deprivati del parossismo amplificato. E lo fa citando, invece, sufi e rituali di passaggio tibetani, oblungandosi su pensosi movimenti notturni e introspettivi che prendono ghironde e synth, violini e strumenti etnici nippo, elettronica (appannaggio, udite! udite! di un Luca Mai che non suona il suo mitico sax) e corde strofinate e ritornando alla madre-Terra come una tribù di selvaggi alle prese con la bellezza di un mondo da riscoprire con occhi nuovi. Dopotutto è insito già nel titolo quel percorso attraverso vita e morte, oblio e rinascita, miopia e nuovo sguardo che gli Zu, questi “nuovi” Zu stanno, più o meno faticosamente e più o meno con costrutto, approcciando.

7 Aprile 2017
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