• Lug
    06
    2018

Album

House of Mythology

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Chi segue gli Zu sa che questa collaborazione rischiava di divenire una sorta di agognato e irraggiungibile Sacro Graal, dato che era nell’aria da anni, almeno sette, stando alla data del primo incontro tra i romani Zu e mr. Current 93 David Tibet proprio nella città eterna. Chi segue David Tibet sa della forza evocatrice e del magnetismo accentratore di quella voce, sorta di calamita di umori e attenzioni in grado di fagocitare, positivamente si intende, ogni collaborazione. Chi segue Tibet e gli Zu però rimarrà deluso o per lo meno spiazzato da questa collaborazione, soprattutto se si aspetta la semplice somma delle parti, perché quello disseminato in questa specie di concept suddiviso in 12 sezioni è molto di più, ossia una nuova, l’ennesima, trasfigurazione, in particolare della formazione romana.

Per l’occasione allargata a ensemble (quasi) neoclassico, con la presenza di Stefano Pilia, Luca Tilli, Andrea Serrapiglio, Sara D’Uva in varie forme e sostanze, la band di Luca Mai e Massimo Pupillo non si limita a svolgere il compitino da mera backing band ma si reinventa per immolarsi al servizio di cotanto artista, mostrando doti camaleontiche che stupiscono a ogni nuova manifestazione. Arie distese di violoncello, drones, chitarre accennate e percussioni soft contribuiscono a creare atmosfere poeticamente sepolcrali, notturne senza essere oscure, inquiete senza essere mai irrequiete; l’humus ideale su cui lasciare Tibet a briglie sciolte, lì a declamare ieratico e magnetico testi che (giustamente) trovano il plauso di Ligotti e si attestano al livello delle migliori prove di C93. Il riferimento più vicino in termini di sonorità è proprio in casa Zu, ovvero all’incrocio tra quel The Left Hand Path in cui i Nostri “accompagnavano” Eugene S. Robinson degli Oxbow mostrandosi in “acustica”, e l’ultimo nato in casa Zu ovvero Jhator, album elettronico/acustico, ritualistico e alieno non solo alla propria discografia.

Ne esce insomma un lavoro ipnotico, allucinato e allucinatorio, malinconicamente visionario e delicatamente apocalittico che, in tutta sincerità, rimette in pace con il mondo per l’afflato grossomodo positivo che emana. Non casualmente l’ultima parola pronunciata da Tibet, «awake», fa il paio con la citazione iniziale: «Sure, everything is ending, but not yet».

5 Luglio 2018
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