Bruce Springsteen, AC/DC e Rolling Stones, il secondary ticketing e il fascino ricattatorio degli ultimi fuochi
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Stefano Solventi
- 8 Febbraio 2016
Per comodità e discrezione lo chiamerò C. È un vecchio amico, in senso anche anagrafico. A vederlo, non lo diresti uno sportivo. Infatti non lo è. Ma non toglietegli la Formula 1. La sua è una passione che nasce da lontano, fatta di bulloni e aereodinamica, turbocompressori e pneumatici. Fatica a comprendere il ruolo dei dispositivi elettronici, ne parla con prudente ammirazione. Ancora meno ha mai capito e accettato l’esclusiva delle gare sui canali satellitari. Lui, ostinatamente senza parabola, non riesce a farsene una ragione. Con gli occhi acquosi da terzo grappino, un giorno C mi dice: perché dovrei pagare? Le corse – le chiama così, “le corse” – sono di tutti, la Ferrari è l’Italia. È come se non ci facessero vedere le partite della Nazionale, ti sembrerebbe giusto?
Vi sarebbe bastato vedere la piega abbattuta dell’espressione per capire che l’unica risposta possibile era dimostrarsi d’accordo, evitare ogni discussione. In lui passione e giudizio si abbracciano camerateschi a rimpiangere le possibilità perdute o mai avute. Mi è venuto in mente quando ho sentito per l’ennesima volta le lamentele a proposito del prezzo eccessivo dei biglietti, in particolare per quelli del prossimo tour di Springsteen. La questione mi è sempre sembrata chiara, ma con l’età mi è diventata chiarissima: il prezzo giusto, accettabile, si forma dove le possibilità si incontrano con la passione e le convinzioni. Qual è il prezzo giusto di un biglietto per il concerto del Boss? O – per citarne altri che si distinguono per non fare sconti al botteghino – di Bjork e Tom Waits?
Non solo. Lo scorso anno alcuni miei amici si sono “fatti” il concerto degli AC/DC: vogliamo metterci le ore passate in coda nel parcheggio e in autostrada nel “prezzo” del biglietto, di per sé non proprio economico? Eppure, dovevate sentire la loro soddisfazione, ancora più sorprendente per chi come me non investirebbe neanche venti euro di gasolio per i vecchi, adorabili hard rocker australiani. Mentre, al contrario, per un Waits dilapiderei tranquillamente quei 150 euro, ticket – ne sono certo – per una serata indimenticabile tra le mille serate flaccide della mia esistenza. Il prezzo giusto, insomma, lo fai tu, quello che sei stato e sei.
Si dirà, giustamente, che nel caso specifico di uno Springsteen, con tutto il sostrato working class che ne sostanzia il repertorio, ci si aspetterebbe un occhio di riguardo per il portafoglio dei fan. Ma è un’argomentazione che può reggere solo per eventi di piccola portata. Poi, anche se non ci fosse da muovere un “circo” come quello springsteeniano, o se il Boss decidesse di replicare un tour teatrale in solo come ai tempi del Tom Joad, c’è da fare i conti con una semplice questione di equilibrio tra domanda e offerta. E’ questo il carburante dell’odiato secondary ticketing, una forma istituzionalizzata di bagarinaggio che compensa il rischio d’impresa con l’abbondanza di richiesta (diamo atto comunque a Springsteen di aver imposto l’incedibilità del tagliando all’acquirente con l’obiettivo di contrastare il fenomeno). Ci vuole poco a capire che il ricarico sul costo finale del biglietto è funzione della “caccia” scatenata dai fan. Forse più difficile è accettare che il solo modo per combattere il fenomeno è non scatenare alcuna caccia, non partecipare all’asta (perché questo è, alla fine). Difficile, certo, perché avvertiamo di questi eventi il valore.
Sembra difatti chiaro che nell’attrattiva della “leggenda del rock” in tour si insinui un aspetto sempre più centrale, ovvero che si tratti di una risorsa tutt’altro che abbondante, anzi in rapido, fisiologico esaurimento. In altre parole, il rock sta vendendo a caro prezzo la persistenza dei suoi pionieri, i reduci della stagione eroica del rock. E’ lo stesso processo che produce gli “eventi” discografici d’archivio, buoni ultimi il The Cutting Edge di Dylan e – guarda un po’ – lo stupendo The Ties That Bind con cui si celebrano le session e il tour di The River. Stiamo cioè assistendo alla capitalizzazione del peso residuo del rock sull’immaginario collettivo, in assenza di una reale pressione del rock sul presente: ricollocare sul mercato l’aura di un repertorio che all’uscita produsse una forte discontinuità culturale, quando il rock sapeva (poteva) ancora farlo. E che oggi, va da sé, può solo produrre una ben più prosaica turbolenza commerciale. Vale per i dischi e per gli artisti, quelli ovviamente ancora in grado di mettere in scena una convincente rappresentazione di se stessi.
Difficile, ripeto, sottrarsi al fascino degli ultimi fuochi, perché è una specie di dilatato, fastoso cerimoniale funebre, cui i lutti degli ultimi tempi conferiscono un significato sempre più stringente. Lutti che, ahinoi, dovremo ragionevolmente attenderci con naturale regolarità negli anni a venire. La partita si gioca quindi su un piano emotivo particolarmente complesso e su basi – consentitemi il termine – ricattatorie: pur tenuto conto della splendida forma del Boss, nulla ci garantisce che le famose tre ore di spettacolo saranno garantite per ancora molto tempo. Oppure prendete gli Stones: difficile ipotizzarli ottuagenari ancora scattosi e zompanti al crocicchio dell’uragano. In conclusione, mai come in questo caso ognuno è chiamato ad essere misura di se stesso.
Il mio vecchio amico C ha risolto la sua astinenza da Formula 1 bazzicando i bar o i salotti degli amici. Oppure dedicandosi a sanissime pennichelle. Quanto a me, un pensierino su Springsteen confesso di averlo fatto, intanto però molto probabilmente non mi perderò il tour di Steve Wynn, il prossimo aprile: ad ognuno le proprie mitologie, i relativi prezzi e una strisciante consapevolezza, che il problema vero cioè stia semmai in una band giovane e interessante sul palco a sbattersi davanti ai soliti pochi intimi.
