Gimme Some Inches #56
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Marco De Baptistis
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Stefano Pifferi
- 14 Novembre 2015
Sui Mamuthones ci siamo già lungamente soffermati in passato, ma fa sempre piacere vedere apprezzati da etichette di prim’ordine e soprattutto fuori dai confini nazionali gli sforzi di qualche band nostrana. Segno che alla fin fine qualcosa di buono l’underground italiano lo tira fuori, ogni tanto. Symphony For The Devil è il nuovo 12” EP pubblicato dalla Rocket in occasione del Liverpool Psych Fest – dove la band di Alessio Gastaldello ha portato il vessillo della Italian Occult Psychedelia (IOP) insieme a Mai Mai Mai – e vede la band immolarsi su un suono più groovey e pensato come una sorta di guida per la loro “spectral magick towards the dance floor”. E infatti la traccia portante dell’intero EP è una irriverente e sacrilega reinvenzione via kosmische-disco del brano made in Rolling Stones, diluita lungo quasi 12 minuti dal piglio black e dalle sfumature iridescenti. Any Longer è l’altro inedito del lotto risalente alle sessioni dello split con Evil Blizzard e mostra i muscoli del versante tribal della band, per un post-punk 2.0 tutto echi e riverberi, fantasmi e dissonanze. A chiudere due remix: il primo, della title track, è opera degli inglesi Giant Swan e rievoca i Liars tutti droni e ectoplasmi del periodo di mezzo; il secondo, opera del producer Lucretio, rende Any Longer un breakbeat tutto spigoli e coriandoli.
Sempre su vinile, ma stavolta a 7 pollici, il numero #1 di una nuova serie edita da Bloody Sound Fucktory. “Volumorama”, questo il nome scelto dalla label marchigiana, è una serie di split in vinile colorato, tiratura limitata e artwork a cura di Refo che parte col botto: da una parte OvO, mastodonte avant-esoteric-metal e chissà quant’altro, con Empio, 4 minuti scarsi di droning melmosi e devasto luciferino tra drumming a tempesta del caro Dorella e urla belluine della altrettanto cara Stefania Pedretti, mai come ora posseduta e ingovernabile; rispondono dall’altro lato del 7” i Cagna Schiumante, ovvero gli Shipwreck Bag Show Iriondo e Bertacchini accompagnati dalla chitarra di Stefano Pilia. Tennis è la solita, eccellente filastrocca noise-dada con attitudine in apparenza semi-seria che fa dimenticare millemila altri progetti molto più pretenziosi e presuntuosi: si parte da una specie di blues, si passa per il rumore, si trasforma l’avant-rock in materia cangiante e asincrona e si precipita in un mondo “altro”. Miglior benvenuto per la serie non poteva esserci.
Da segnalare su queste pagine dedicate ai pezzi piccoli anche il ritorno degli Hartal!. Dopo l’omonimo esordio dello scorso anno tocca alla toscana Zen Hex pubblicare questo due tracce che incute timore per quanto fa sprofondare nelle pieghe più ossessive di certa psichedelia transnazionale e transgenerazionale, mantrica e oppiacea, pagana e circolare, che prende dai Velvet come dal kraut, dal lontano Oriente come dalla IOP. Due tracce – Okhunoghawe sul lato A, tutto tribalismo, echi e riverberi, e l’ossessiva Der Tiger Von Eschnapur / Moto By Casablanca sull’altro lato – in una edizione limitata a 110 copie con splendida cover serigrafata da Serimal, per un feticcio in grado di generare visioni e turbamenti. Non è poco di questi tempi.
Sempre a proposito di visioni e turbamenti, arriva anche l’ennesimo piccolo gioiello made in Svizzera, e da queste parti Svizzera fa rima con Old Bicycle. D’accordo con DiNotte, Non Piangere e La Scatona Nera, la label di Vasco Viviani pubblica l’esordio lungo di Hexn, un losco figuro del vicentino già impegnato in altri progetti passati per queste pagine virtuali e che si definisce come “the pursuit of the mystic, the persecution of the occult, the desire of alchemic knowledge”. Nulla di più azzeccato, stando a ciò che si ascolta in Al-khīmiyya: droni e sintetizzatori, distorsioni ed esoterismo, occultismo e voci lontane, mesmerismo e riverberi per un concept album sull’alchimia che riprende la dark-ambient storica, rielabora l’industrial grey area, ipnotizza l’ascoltatore con l’ascetismo del lontano oriente e lo annienta con atmosfere nero-pece. Una su tutte, la lunga, straniante nenia di A Sacred Ring Around The Earth che riesuma Lovecraft, lo sposa con Maldoror e ci devasta con 10 lunghi minuti di ambient-drone putrida eppure, a suo modo, salvifica.
Sempre in casa Old Bicycle il Tape Crash arriva alla puntata numero 12 con lo split condiviso tra il canadese Stefan Christoff e l’olandese Post Mortem, al secolo Jan Kees Helm. Il primo, polistrumentista e collaboratore di San Shalabi e Matana Roberts oltre che parte integrante del collettivo di Montreal Howlarts (scrittura, poesia, musica, film e quant’altro), occupa il lato A con sei tracce autunnali e umorali tra piano dismesso, atmosfere uggiose, reiterazioni cicliche, organi chiesastici e spleen come se piovesse. Il secondo, alle spalle un quarto di secolo con la sigla Post Mortem e molti altri progetti collaterali, occupa tutto il secondo lato con una lunga suite, Waasland, che si muove sulle stesse coordinate del collega, ma lo fa in maniera più astratta e granulosa, unendo isolate note di piano a irruzioni noise, field recordings vari a rumorismi concreti e creando uno spaesamento mellifluo, limitrofo, per certi versi, ad una sorta di musica ambientale.
Tra gli artisti più interessanti che si muovono in ambito minimal-synth/EBM, genere che oggi gode di rinnovata ed ottima salute, segnaliamo il musicista svedese Viktor Elander, in arte Claus Fovea. Cyanide, il suo primo 7” pollici, è uscito recentemente per Sham Recordings in edizione numerata e limitata di 70 copie e in una successiva seconda edizione di 200 copie, entrambe andate subito sold out. Il lavoro presenta due efficaci brani virati verso l’elettro-minimale e l’EBM old school. Il primo, Cyanide, è un velenoso connubio tra Absolute Body Control, i primissimi Front 242 e i leggendari The Klinik e si muove un po’ su binari simili a quelli dei Pure Ground, giovane gruppo emergente di Los Angeles. Il secondo brano, King Ludd, prende il nome dal leggendario Ned Ludd, il personaggio ispiratore del movimento luddista, a riprova di uno spirito anarchico “paleo-EBM analogico” presente nel lavoro del musicista svedese che si scaglia con vigore contro la dittatura delle macchine digitali e contro i collegamenti macchinici che vorrebbero soffocare la vitalità e dominano le scelte dell’essere umano. Di recentissima uscita è il nuovo 7″ dell’artista, fuori per Käften e intitolato Eurotrash. I due brani che lo compongono (Eurotrash e Breathe) si pongono nel solco di un genere che non ha mai rinunciato all’attivismo e alla critica politica di matrice anarchica, pur muovendosi in sensuali atmosfere dark minimal synth che emergono in particolare nel secondo brano del lavoro.
Spostandoci su lidi più dark synth pop, ma sempre rimanendo in Svezia, degna di nota è l’uscita del nuovo EP dei Kite, duo formato da Nicklas Stenemo and Christian Berg, ancora pressoché sconosciuto in Italia ma che in patria (e in generale in nord Europa) gode di un nutrito seguito. Per scelta, il gruppo ha deciso di far uscire solo EP in 12”, intitolati semplicemente Kite, Kite II, Kite III, Kite IV, ecc. Da subito il duo è stato preso sotto l’ala protettrice della famosa label scandinava Progress Productions. Il nuovo disco, Kite VI, mostra al meglio tutte le caratteristiche della formazione: uno stile vocale molto personale e riconoscibile con un cantato “queer” androgino denso di riverberi. La voce di Nicklas Stenemo ricorda un po’ la conterranea Fever Ray, un lato synth pop oscuro e atmosferico sospeso tra The Knife, Depeche Mode e John Foxx, con derive psichedeliche wave che sembrano aver fagocitato i dischi di pionieri del sintetizzatore, come ad esempio Patrick Cowley e Richard Bone. Il tutto viene virato in un mood oscuro e ipnagogico che, unito ad una presenza scenica notevole e a un discreto “physique du rôle”, ne hanno fatto un gruppo capace di riempire anche i locali più grandi della capitale svedese. Il lavoro è accompagnato da due ottimi video per i brani True Colours e Nocturne, tra i migliori del disco e forse anche dell’intera discografia della band.
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Sempre sul versante scandinavo, una realizzazione degna di nota è quella a firma Body Sculptures, con il 7” intitolato The Base Of All Beauty Is The Body: si tratta di una collaborazione tra artisti della Posh Isolation e della Northern Electronics (Erik Enocksson, Jonas “Varg” Rönnberg, Frederikke “Puce Mary” Hoffmeier, Ossian “Vit Fana” Ohlsson e Loke Rahbek). Progetto presentato con successo all’Atonal di Berlino nel 2015, Body Sculptures, con i suoi due brani, The Base Of All Beauty Is The Body e Body Prison, rappresenta al meglio lo spirito che anima la nuova onda elettronica nordica, capace di fondere generi e suggestioni sonore provenienti da ambienti diversi della musica post-industriale: dalle ritmiche pulsanti e ansiogene della post-techno stile Northern Electronics, al power electronics di Puce May, sino al magma noise ed oscuro del giovane Vit Fana. Il risultato ricorda un po’ le cose migliori dei Damien Dubrovnik, con una visione infernale, estrema e molto fisica, fatta di corpi mondani martoriati dalla chirurgia plastica e messi in scena da un teatro anatomico composto da macchine analogiche e vecchi sintetizzatori: una sorta di paradossale e caustica deriva noise che cannibalizza e fa finire nel tritacarne anche antiche suggestioni EBM, qui rilette in chiave harsh. Il lavoro è uscito il 10 settembre 2015 in due versioni: la prima, di sole 69 copie numerate, era accompagnata anche da una cassetta che presentava brani inediti registrati dal vivo.
Cambiando genere e trasferendoci sul versante inglese, ci occupiamo dell’ultimo EP, intitolato Lietuva, a firma Sieben, progetto del violinista e cantante Matt Howden. Tutto il lavoro è un particolare tributo alla Lituania (appunto “Lietuvia” in lingua lituana). L’opera dell’artista è sicuramente di difficile collocazione, ma per spirito e anche per le varie collaborazioni che lo hanno visto protagonista nel corso degli anni, il Nostro si colloca principalmente in area neofolk /dark wave mescolando musica da camera, folk e suggestioni gotiche. Sieben ha un modo particolarissimo di suonare il violino che viene usato anche come strumento percussivo, effettato elettronicamente e manipolato per estrarne uno spettro sonoro ampio e variegato. Black Moon Rising assume quasi toni da mantra post industriale con il suo uso sapiente degli effetti sulla voce e il suo montare minaccioso, ma è con la lunga suite di Užupis (che prende il nome da un quartiere alternativo di Vilnius in Lituania) che Sieben mostra appieno lo spirito che anima il suo ultimo lavoro, pregno di oscure atmosfere mitteleuropee e balcaniche. Concludono degnamento il tutto nuove versioni di brani come Cult of the Fallen e Knudlustysummer, per un lavoro decisamente ispirato e a fuoco che sintetizza un po’ il percorso compiuto dall’artista inglese dalla ampia ma non molto conosciuta discografia.

