Mamuthones (IT)

Biografia

Caracollare lenti al ritmo di una danza ubriacante

Prendere l’ispirazione per il nome della propria band da una delle più minacciose e insieme esoteriche tradizioni dell’Italia insulare, la Sardegna nello specifico, può essere un buon viatico. Di sicuro lo è stato per i Mamuthones, ovvero la band dell’ex Jennifer Gentle Alessio Gastaldello, perno di quella scena/non-scena che va sotto il nome di Italian Occult Psychedelia che via via, disco dopo disco, sono stati in grado di allargare e screziare la propria proposta musicale da una visione cosmico-tribal-pagana a una sorta di mesmerizzante kraut-psych-rock a tinte world&dancey finendo per trovare approdo ideale su quella Rocket che è sempre più di un marchio di garanzia per le “psichedelie dure” del terzo millennio.

Mamuthones – nomen omen che, come si accennava, rimanda alle maschere pagane del carnevale di Mamoiada, in Sardegna – si sviluppa dapprima come solo-project di Gastaldello, segnatamente nel primo vagito discografico, ovvero la collaborazione con Fabio Orsi intitolata programmaticamente The First Born (A Silent Place, 2008), poi come una vera e propria band in perenne mutamento e ristrutturazione: in un primo momento come terzetto con l’ingresso del Jennifer Gentle Marco Fasolo alla chitarra e Maurizio Boldrin alla batteria e poi come quartetto con Matteo Polato e Francesco Lovison degli Slumberwood in sostituzione di Fasolo.

I Mamuthones esordiscono nel formato lungo nel 2009 per Boring Machines con Sator, album ancora accreditato al solo Gastaldello che è un monolite nero inserito in uno splendido packaging che riprende la misteriosa incisione romana e si basa su “musiche ipnotiche e inquietanti, kraute e cosmiche di default, liquide e ossianiche, sempre ammantate da una coltre di sinistri rimandi a tessiture criptiche e trance-inducing nonché spesso guidate da un tribalismo sciamanico da foresta nera“. Non a caso i rimandi al folklore sardo più misterioso e inquietante su accennati si fanno materia sonora inquieta, tra paganesimo, sciamanesimo e ritualismo oscuro: i soundscapes “posseduti” di In The Woods e il tribalismo trancey e arcaico di Ota Benga rappresentano grossomodo i due estremi (con la lunga Kash-O-Kashak a farsene emblema) entro cui è canalizzata una prova d’esordio pervasa da una “spiritualità atavica (e pre-umana) che è anche in grado di giocare con la réverie, con stati di (in)coscienza alterati, con dinamiche vuoto/pieno non banali, con slanci chiesastici che si fondono insieme ad un forte immaginario pagano” che non tarderà a raccogliere proseliti anche e soprattutto fuori dai confini nazionali.

L’anno successivo è il momento dell’allargamento della band a vero e proprio quartetto. Ne è frutto l’omonimo Mamuthones (Boring Machines, 2010), un album che è perfetto equilibrio tra la dimensione in solo e quella collettiva spostando i confini di genere dal “folk esoterico virato kosmische degli esordi” verso forme cangianti e corpose interpretazioni di un “rock lisergico, ipnotico, posseduto e a tratti ossessivamente violento“. Una serie di apparizioni live, in particolare quella al primo Thalassa – il “festival” rappresentativo del filone psych-occulto italiano che si teneva nel romano Dal Verme e che fu reale contenitore dei nuovi suoni italiani degli anni ’10 – certificano la bontà della band su palco, con estenuanti sessioni ritmico-misteriche che prendono sia dagli ambiti sperimentali che dalla coda lunga del kraut più ritmico e dilatato. A dimostrare continuità nella discontinuità della band, ci sono gli episodi ripresi dal precedente album Sator come Ota Benga e Kash-O-Kashak o addirittura come The First Born che si lega alla collaborazione con Fabio Orsi (e tramutata qui in una litania ossessiva e ipnotica), che sembrano rappresentare il cuore della questione in questo omonimo/“quasi nuovo esordio”. La formazione cerca di riscrivere il proprio concetto di psichedelia spingendo sull’acceleratore ritmico ma mantenendo intatta l’alterità misterica e quel retrogusto pagano-esoterico che contraddistinguevano le prove precedenti. Ci si sposta, insomma, verso lande sonore di matrice kraut-psych ma come indica quella A New Start posta esattamente a metà e costruita su un drone crescente ed (e)statico o quella MJ74 scritta dal batterista Boldrin addirittura nel 1974 e sorta di raga ipnotico che guarda a Oriente, per ogni nuovo inizio che si rispetti sono le origini a non dover essere dimenticate.

Twist and shout: per una nuova epica motor-kraut-dancey-funk

More Aliens Than Alien (Boring Machines/CORPOC, 2013) è il 12″ single-sided e serigrafato che retrospettivamente segna la fine della prima fase della band. Una sorta di commiato “non consapevole” ma al tempo stesso non improvviso dalle prime sonorità, che vede il ritorno in solo di Gastaldello, per una suite ambiental-rituale che si dilata in “distese haunted tra lontane percussioni, gamelan dell’oltretomba, echi di frequenze radio sperdute nel vuoto delle profondità astrali e carillon alieni che sembrano posizionare il culto delle maschere pagane sarde in qualche lontano pianeta di un remoto sistema spaziale”. La situazione, sonora ma non solo, dei Mamuthones cambia e intraprende un percorso nuovo, dato che, specie in sede live oltre che nella preparazione del nuovo album comincia ad emergere una attrazione “corposa” per il tribalismo materico che ha sempre contraddistinto certi passaggi della formazione, ma declinato verso forme più solari e cangianti, quasi che fosse innervato da un filone post-p-funk-wave che guarda al passato con gli occhi di oggi.

Lo split con gli Evil Blizzard per la “Collisions Series” della Rocket Recordings, inaugura il rapporto con l’etichetta inglese casa dei famosissimi Goat e dei nostrani The Lay Llamas col debuto lungo Ostro; come a dire, non solo la certificazione dell’interesse extra-nazionale per le derive più coraggiose dell’underground italiano ma anche una sorta di spartiacque nelle sonorità della band di Gastaldello. Dopotutto, se finisci in una serie di split che ha visto transitare White Hills, Oneida e Gnod, tra i tanti, è segno che stai andando in una direzione precisa. E quella direzione precisa ha una genesi complessa, come si diceva sopra. Alessio Gastaldello dichiarava all’epoca: “Siamo entrati in studio con 4 pezzi che suonavamo già nei concerti da registrare in presa diretta più qualche piccola sovraincisione. C’erano poi altri 2 pezzi su cui abbiamo lavorato per tracce, e infine altri 3-4 pezzi già registrati da me che necessitavano solo di un mix e poche piccole modifiche“, ma alla Rocket, “da subito innamorata di “I’ve Gotta Be” ma non dell’album”, hanno ritenuto di offrire alla formazione veneta la possibilità dello split: “La loro idea iniziale era quella di inserire anche un remix del brano. È stata invece colta l’occasione per prendere i brani ritmicamente più marcati, mixarli in questo senso e arrivare ad un “nuovo” disco, ovviamente più corto, ma molto più “tirato” e compatto“.

E “tirato” lo è davvero questo 12″ condiviso con gli inglesi Evil Blizzard, formazione affine per muscolarità ritmiche e deliqui hard-psichedelici, essendo formata da un drummer/cantante e ben quattro bassisti: tra motorik krauto, pulsioni di basso, afropolitismo muscolare da “teste parlanti”, reiterazioni ipnotiche e circolari e quant’altro, il volume numero 04 della Collisions Series certifica la nascita dei “nuovi” Mamuthones. Si ascoltino l’opener I’ve Gotta Be o Fire On Fire per farsi una idea. Nel 2015 di nuovo un pezzo breve di avvicinamento al nuovo disco: è la volta di Symphony For The Devil (Rocket, 2015) 12” che reitera le scelte dei nuovi Mamuthones. Coverizzare alla propria maniera il classico degli Stones, ovvero come potrebbero farlo un range di band che dai Devo arriva fino a LCD Soundsystem passando per gli Spacemen 3, innervandolo di groove e bassi rotondi e kosmische e shoegaze e tocco disco e quant’altro significa avere una idea precisa in testa. Un ottimo “avanzo” dallo split precedente (Anylonger: tamburi, paranoia e chitarre inacidite) e un paio di remix (Giant Swan, che dub-Liarsizzano la title track, e Lucretio, che portano sul dancefloor Anylonger, gli autori) completano il piatto-aperitivo all’album lungo.

Ormai in quartetto “rock” classico – ad Alessio Gastaldello (voce e synth) e ai componenti di lunga data Matteo Polato (chitarra e cori) e Francesco Lovison (synth basso e cori) si è aggiunto dal 2015 Andrea Davì (batteria e percussioni) in sostituzione di Maurizio Boldrin – i Mamuthones registrano e pubblicano Fear On The Corner, album che vede la luce nel marzo 2018. Già dal titolo, un mash-up tra la Fear Of Music talkingheadsiana e l’On The Corner di Miles Davis, si può intravedere una ulteriore spinta sul versante ritmico e una screziature del suono, ma anche un’altrettanto evidente volontà di allargare il raggio d’azione a una sorta di retro-futurismo terzo o quarto-mondista che prende e centrifuga musiche etniche e Byrne, “the shape of kraut-disco to come” e post-funk-punk bianco per l’ennesima spinta in avanti guardando indietro.

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