Twin Peaks: The Return, commento alla parte 12

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

A sei episodi dalla fine di questo clamoroso The Return, appare ormai chiaro che gli infiniti nodi aggrovigliati da David Lynch e Mark Frost verranno al pettine solamente nel finale di stagione (e di serie), confermando di aver imparato dagli errori del passato (la soluzione prematura dell’enigma uccise la seconda stagione) e tenendo gli spettatori – pur sempre più spazientiti – incollati fino all’ultimo minuto allo schermo. A dimostrazione di ciò, Part 12 è una pausa rilassata e densa di significato dal senso più superficiale dell’imperscrutabile trama orizzontale, un’immersione malinconica sui caratteri messi in campo fin da quel giorno in cui Dale Cooper entrò con la sua auto per la prima volta a Twin Peaks. In fondo, la serie che sconvolse tutte le serie non faceva altro che riproporre in una nuova veste e coniugare in una chiave molto più bizzarra aspetti e temi già ampiamente trattati dalle classiche sit-com/soap-opera: il rapporto conflittuale tra genitori e figli, il tramandarsi degli errori dei primi verso i secondi, l’amore incondizionato messo a dura prova, ma che mai accennerà ad esaurirsi, i ricordi lontani e i rimpianti di cui la vita è così irrimediabilmente satura.

Così ci ritroviamo nella stanza d’hotel di Gordon Cole e Albert Rosenfield, per essere testimoni del racconto di quest’ultimo del fallimento della missione Blue Rose, che anni prima era stata intrapresa da questi insieme a Cooper e Phillip Jeffries, in seguito scomparsi. La volontà di assoldare l’Agente Tammy Preston segna il netto passaggio di testimone verso una generazione nuova, ricca di sorprese e preparatissima, forse dotata anche di quel cinismo affinato e sagace il cui posto nelle precedenti generazioni era occupato da una sottile quanto pertinente ingenuità. Così come l’introduzione – a pagamento – di Diane nella medesima missione non fa che confermare i nutriti sospetti del team verso la loro ex e ormai alcolizzata collega, che continua imperterrita a scambiarsi criptici messaggi con il malvagio Mr. C (?). Anche, e soprattutto, il suo ingresso in scena – oltrepassando quelle riconoscibili tende rosse – segna la sua appartenenza a un mondo oscuro, minaccioso, ambiguo e inquietante, che sarà presto rivelato ai nostri occhi («Let’s rock»).

A ribadire la linea semantica dell’episodio ci pensano anche i brevi momenti in cui vediamo in scena il nostro smemorato Dale Cooper, ancora costretto nei panni di Dougie Jones. Lo vediamo condotto in giardino dal figlioletto, intento ad insegnargli a giocare a baseball. È un’immagine semplice e potente che serve a inquadrare l’intero episodio, costruito da quadri che rappresentano il rapporto logoro e deteriorato tra padri e figli, già precedentemente dichiarato da Part 11, con l’autocritica e il ricongiungimento della famiglia Briggs, le cui vicende tuttavia appaiono tutt’altro che vicine a una loro risoluzione pacifica. Lo abbiamo visto più volte nel tenero e commosso sguardo di Bobby Briggs, ogni volta che si faceva riferimento al padre (il Maggiore), o agli occhi pieni di nostalgia e rimpianto di Shelley alla vista della figlia Becky.

Il successivo e potente segmento dell’episodio riguarda il ritorno in scena di Sarah Palmer, che non ha mai superato il tormento che gli eventi della serie madre le hanno causato, dove gli spettri di un passato inquietante e impenetrabile continuano a manifestarsi senza concederle un attimo di tregua. Dopo la disturbante scena al supermercato – che ricorda molto da vicino i vari lamenti che caratterizzavano il personaggio nelle prime due stagioni – nemmeno l’apparente tranquillità esibita al cospetto del vice-sceriffo Hawk possono rassicurare lo spettatore, convinto che la signora Palmer abbia ancora voce in capitolo per quanto riguardo il caso Laura Palmer, risolto ma non risolto. Il suo è il personaggio che più di tutti rappresenta la personificazione di una serie che ha trovato il suo senso logico nella conclusione dell’indagine, ma che non ha saputo controbilanciare con una altrettanto soddisfacente risposta la sua parte illogica, irrazionale, proprio quella che Lynch e Frost stanno lentamente disvelando ai nostri occhi in questo The Return.

Passiamo così all’interno dello studio di Benjamin Horne, cui viene recapitata dallo sceriffo Truman – altro personaggio alle prese con un conflitto famigliare non indifferente – la notizia che il nipote Richard è responsabile sia dell’omicidio del ragazzino visto in Part 6 che di quello tentato all’unica testimone del tragico evento. Chiaramente sconvolto, il patriarca della famiglia Horne accenna al fatto che il ragazzo non abbia mai conosciuto il suo vero padre (o non lo ha mai avuto, il che getta una luce ancora più oscura sul ragazzo), così la sua mente torna al suo passato e a suo padre nella semplice immagine di un giro in bicicletta, richiamando alla memoria ancora una volta un passato idilliaco, irripetibile e fuorviante per quei personaggi che dovrebbero fungere da guida per le future generazioni e che invece si ritrovano una volta di più intrappolati nei loro ricordi. L’appendice finale del segmento fa ancora riferimento al passato, con la chiave della stanza d’albergo di Dale Cooper che passa dalle mani di Horne a quelle dello sceriffo, il quale promette di consegnarle in segno dei vecchi tempi al fratello Harry.

La parentesi di Gordon Cole circondato dalle braccia di una bellissima e seducente donna francese è il segno che l’autore ha scelto per sé e per il proprio personaggio un registro comico che, se nelle prime due stagioni confluiva coerentemente con l’atmosfera sempre al limite tra l’onirico e il grottesco, adesso non fa che spezzare sapientemente l’aura tragica che circonda il mondo di questi personaggi (siano essi a Twin Peaks, in Nevada, o in South Dakota).

L’ultimo segmento coincide con uno dei due o tre momenti più attesi della stagione: l’ingresso in scena di Audrey Horne, interpretata da Sherilyn Fenn. Ancora una volta Lynch si prende gioco delle aspettative del proprio pubblico e ci consegna – come era inevitabile – una donna capace di mantenere ancora tutta la sua forza espressiva, ma il cui animo è forse stato troppo abbattuto dagli eventi, da scelte sentimentali non felici, da un figlio – ammesso che Richard lo sia – che appare come l’incarnazione del male puro. Nel dialogo con il marito Charlie di cui siamo testimoni veniamo a conoscenza di luoghi, situazioni contrattuali e nomi (Tina, Billy) mai sentiti o visti prima, volti sapientemente ad accendere le congetture degli spettatori, più e meglio di qualsiasi cliffhanger narrativo. Ciò di cui siamo sicuri è che la semplice entrata in scena di Audrey non sia stata un semplice regalo per il pubblico affezionato, ma la dimostrazione che il suo è uno dei personaggi più magnetici e affascinanti dell’universo narrativo di cui cominciamo a intravedere una triste quanto necessaria conclusione.

2 agosto 2017
2 agosto 2017
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