Twin Peaks: The Return, commento alla parte 6
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Davide Cantire
- 15 Giugno 2017
[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]
«Don’t die!». L’esortazione di MIKE ad un Agente Cooper non ancora ripresosi dal suo stato catatonico è inconfondibilmente rivolto sia al personaggio sia al pubblico appassionato della serie, quello stesso pubblico che, insieme al suo autore, venticinque anni fa abbandonò Twin Peaks all’inevitabile cancellazione. Il disvelamento del mistero centrale della serie, ovvero la risposta alla domanda Chi ha ucciso Laura Palmer?, condusse a una serie di invenzioni narrative a dir poco ridicole e sfilacciate, tanto che quella componente da soap-opera tanto presa di mira dall’autoparodia interna alla struttura narrativa divenne essa stessa la struttura portante. Quel «non morire!», potrebbe dunque suggerire che il nostro amato Agente Speciale Dale Cooper potrebbe non “risvegliarsi” tanto presto, poiché egli è il personaggio chiamato a risolvere tutti i misteri, misteri che nel frattempo – nel mondo circostante, compresa Twin Peaks – non fanno che aumentare a dismisura.

Prima di cominciare, tuttavia, c’è il tempo di prendersi una pausa dagli orrori del mondo esterno con una parentesi famigliare che ci riporta a quelle atmosfere rassicuranti che avevano caratterizzato la serie madre, qui riconoscibili dal tenero rapporto che ri-unisce Dougie e il figlioletto Sonny, l’unico dotato di quella candida innocenza che si concede il lusso istintivo di godere della presenza del proprio padre – il vero Dougie Jones non deve essere una persona con dei sani principi etici, né tantomeno affettivi (frequentava spesso prostitute e giocava d’azzardo in maniera più che pesante, tanto da rivolgersi alla criminalità organizzata per un prestito non indifferente).

All’inizio di questa Part 6, inoltre, una rivelazione da parte di David Lynch, forse il regalo più bello ai suoi fan e il migliore possibile alla sua attrice prediletta: attraverso una sequenza formata da un susseguirsi di gag inusuali per il cinico personaggio di Albert – in una di queste lo sentiamo imprecare persino contro Gene Kelly («Fuck Gene Kelly, you motherfucker!») – vediamo questi entrare in un bar parecchio affollato e infine dirigere il suo sguardo verso l’oggetto della sua ricerca. «Diane!», chiama tra la folla. E noi insieme a lui. Per anni e anni abbiamo cercato di dare un volto a quel nome, pronunciato fin dal pilot di questa serie; per anni ci siamo arrovellati sulle più disparate teorie, alcune delle quali sostenevano che il personaggio di Diane non fosse altro che una proiezione mentale creata ad arte dall’Agente Cooper; sarebbe stato fin troppo facile nascondere quella parte così importante della serie, un’anima che giaceva dormiente in attesa di essere ritrovata in un bar affollato. La voce si era già sparsa dopo i primi nomi del casting, ma solo adesso, dopo averla vista in tutto il suo lynchano splendore, la risposta appare tanto ovvia, quanto sorprendente e affascinante: Diane non poteva che essere Laura Dern.
Musa lynchana per antonomasia e musa del doppio lynchano impersonato da Kyle MacLachlan, fantasma dell’innocenza in Velluto blu, di trasgressione salvifica in Cuore selvaggio, ella stessa personificazione del doppio in INLAND EMPIRE. Era davvero la risposta alla domanda più semplice di tutte, ma Lynch ce ne ha dato conferma nel modo più imprevedibile possibile e ci ha fatto dubitare di ogni cosa in queste prime sconvolgenti puntate, tanto che la rivelazione più semplice appare anch’essa spiazzante (lo sguardo fisso e disteso – quasi preoccupato – di Diane/Laura verso Albert con cui sembra quasi gridare la sua esistenza e provarla ontologicamente: “Sono Laura Dern, quindi sono sempre stata Diane”, verrebbe da sentenziare.

Messi da parte questi primi distensivi venti minuti, siamo testimoni di due dei momenti più tragici e violenti della serie (prime due stagioni comprese). Conosciamo meglio il personaggio di Richard Horne, che vediamo instaurare un rapporto di interesse malavitoso con quel Red già intravisto alla fine della première. Lynch ci mette ancora una volta di fronte due opposti: solo che stavolta ci troviamo dinanzi a due espressioni di una violenza che cova la medesima forza distruttrice. Da una parte, c’è l’ultimo elemento della famiglia Horne, irascibile, scontroso, dedito a ogni genere di eccesso, che non batte ciglio nemmeno quando investe brutalmente a bordo del suo furgone un povero bambino; dall’altra c’è Red, con quel suo muoversi sinuosi, quel linguaggio teatrale che permea i suoi movimenti (un paio di mosse di kung-fu che fanno immediatamente pensare a Elvis): tutto lascia intuire una violenza che da lì a poco verrà liberata. Nella sequenza più atroce di tutte, rivediamo anche Carl Rodd (così come il 91enne Harry Dean Stanton, altro splendido feticcio lynchano) e con lui assistiamo all’assunzione di quel fascio di luce dorata che altro non è che l’anima del ragazzino appena investito. La violenza – del primo tipo – è stata sfogata, ai comuni mortali non resta altro che assistervi impotenti, invocando silenziosamente l’arrivo di un salvatore. Una delle sequenze più belle viste finora.

Il secondo momento brutale di questa puntata è quello dell’omicidio di due donne da parte di Ike “The Spike” Stadtler, assoldato a sua volta dal già visto Duncan Todd dopo che questi ha ricevuto un misterioso messaggio in codice (un quadrato rosso appare sullo schermo del suo portatile). Le donne in questione sono Lorraine e la sua segretaria, quest’ultima colpevole solo di aver assistito al primo omicidio. Chi ha dato l’ordine? Perché lo stesso Duncan indossa dei guanti per accedere al file dalla sua cassaforte? Le domande aumentano in maniera incontrollabile, ma come abbiamo imparato molto tempo fa non ha tanto senso cercare la logica nella narrazione lynchana, che indubbiamente esiste; ha molto più senso farsi coinvolgere emotivamente da questi eventi, essere partecipi noi stessi della storia, quasi a configurarci come il personaggio “+1” essenziale per la comprensione.

«How am I going to make any sense of this?». Inutile negarlo, insieme a Bushnell “Battling Bud” Mullins (l’impeccabile Don Murray), anche noi ci facciamo la stessa domanda, man mano che la narrazione prosegue verso la sua imprevedibile conclusione; la risposta arriva immediatamente, attraverso il farfugliamento di Dougie Jones – ovvero dallo stesso Lynch, quasi ci fosse il bisogno di ribadirlo – che da quella domanda estrapola inconsciamente «Make sense of it». Un’esortazione rivolta al sopito Agente Cooper, che per un attimo assapora il momento in cui tornerà alla normalità (quella fissa per il distintivo del vigile), ma anche al pubblico di Twin Peaks, la cui pazienza è messa ancora una volta a dura prova, spronata a trovare un senso alla narrazione, alla moltiplicazione delle domande e dei momenti surreali che arricchiscono l’intreccio. Tornati a Twin Peaks, dopo la scoperta di quelle pagine all’interno del bagno della stazione di polizia da parte di Hawk (le pagine perdute del diario di Laura Palmer?), la chiusa arriva con Tarifa di Sharon Van Etten, che dolcemente ci culla sulle sue calde note per rassicurarci e tranquillizzarci. In attesa della prossima puntata…

