Un universo andato in mille pezzi – “Black Mirror” – 5×02

Qualcosa è cambiato in Black Mirror. Si è trattata di una devoluzione giunta per gradi, sotterraneamente, cosicché solo gli spettatori più attenti hanno avuto modo di “leggerne” i caratteri, i confini e i limiti. Tutto parte dal momento in cui la serie è stata acquisita da Netflix. Dalla terza stagione in poi alcuni hanno notato quanto la scrittura della serie si sia smussata, perdendo un po’ di quella ferocia e carica satirica che ha contraddistinto gli inizi del progetto. Un’affermazione del genere è vera solo in parte: la terza e la quarta stagione hanno viaggiato tra alti e bassi qualitativi, generalmente si è notata una semplificazione nella scrittura e nello storytelling, ma lo spirito originale, quell’impostazione da inquietante racconto morale sui rischi e i lati oscuri delle tecnologie, quel disagio che scorre sottopelle durante la visione, non ha mai perso potenza, grazie anche a momenti in cui la scrittura di Charlie Brooker raggiunge il suo massimo. Sul lato formale, alle stagioni più recenti si è poi imputato un focus eccessivo rivolto alla forma rispetto al mero contenuto. Di nuovo, si tratta di un’affermazione da prendere con le pinze e contestualizzare. Pur nella sua bellezza formale, la messa in scena si è sempre dimostrata al servizio delle varie narrazioni, tematizzando di volta in volta gli elementi centrali di ogni racconto e compiendo, tra l’altro, un profondo discorso sulla forma che culminerà con quel Bandersnatch il cui centro tematico risiede proprio nella dimensione formale del racconto.

Ci troviamo, tuttavia, all’interno di un discorso in itinere, che può subire conferme e smentite man mano che nuove stagioni, nuovi episodi, prendono contatto con gli spettatori, un discorso che proprio con Smithereens ha raggiunto un nuovo grado di approfondimento. Lo diciamo senza mezzi termini: se il giudizio sull’intera quinta stagione di Black Mirror dipendesse da Smithereens, di certo per la serie non si metterebbe bene. Come si è detto in apertura, l’episodio con protagonista Andrew Scott rappresenta un vero e proprio passo indietro rispetto a quanto organizzato (formalmente e narrativamente) dalle stagioni precedenti, sebbene, sia chiaro come questa implosione avvenga in un modo estremamente sui generis. Smithereens è in effetti ciò che succede quando una straordinaria ambizione va a scontrarsi con le esigenze del mercato e l’effettiva incapacità di tradurre in atto un potenziale di altissimo valore. Con Smithereens è chiaro che Brooker vuole portare al livello successivo non solo il suo approccio al racconto, ma anche l’intero sistema su cui si regge il progetto Black Mirror.

Analizzando la sua dimensione formale, l’episodio vorrebbe essere la naturale evoluzione dell’approccio registico della serie. L’episodio diventa il luogo in cui script e regia fanno convivere minimalismo (anche musicale, la drammaturgia del suono è infatti curata da Ryuichi Sakamoto) e ambizioni da blockbuster, tesa narrazione di genere ed echi teatrali, ariosi spazi aperti e claustrofobici e asettici interni. La regia è estremamente curata, la fotografia riesce a coniugare con intelligenza le diverse anime stilistiche del racconto, l’interpretazione di Scott è forse l’elemento migliore di tutto l’episodio e tuttavia una messa in scena di così alto valore finisce per andare in pezzi nel momento in cui ci si rende conto che la forma vorrebbe sostenere una rete tematica che, a ben guardare, è caratterizzata da una certa debolezza.

La sensazione è che con la quinta stagione di Black Mirror Brooker voglia tornare al passato con la consapevolezza del presente. I tre episodi sono dei veri e propri studi per ambienti e personaggi, un’impostazione narrativa straordinariamente umana, la stessa che caratterizzava le prime stagioni della serie. Ci vuole poco per capire che Smithereens è letteralmente retto dal suo attore protagonista, ma in questo caso la scrittura e la progettazione del racconto sembrano fare un passo ulteriore rispetto a quanto visto finora. Smithereens è il primo episodio di Black Mirror dichiaratamente ambientato in epoca contemporanea ed è la cartina di tornasole con cui Brooker si scaglia contro le derive estreme che coinvolgono le nostre identità digitali. Seppur nobile, il proposito dello sceneggiatore finisce per scontrarsi con una disarmante incapacità organizzativa. Brooker non ha ben chiaro il suo bersaglio e in un’ora di episodio si lancia letteralmente contro chiunque o qualsiasi cosa abbia a tiro (dalla dipendenza dai social allo sciacallaggio mediatico, dal caso Cambridge Analytica alle ipocrisie dei tech-guru).

In conseguenza a questo caos argomentativo tutto il discorso finisce per perdere forza e per cadere nella banalità, proprio perché la scrittura rimane sulla superficie di ogni spunto, non li approfondisce e, anzi, preferisce perdersi in una sequela di cliché. Proprio la banalità che si respira nel corso di tutto l’episodio è la pietra tombale di Smithereens ed è un aspetto che non può essere preso sottogamba. L’errore più grande di Brooker risiede proprio in questo sfasamento temporale. Ambientando la storia nel presente si perde quel distacco critico da parte dello spettatore tipico delle distopie, lo strumento capace di far comprendere a chi guarda le perversioni, le derive estreme, le devianze che l’abuso di un atteggiamento o di una pratica considerata all’apparenza normale può avere sul lungo periodo.

Un approccio che non funziona, dunque, non solo perché mostra, con profonda ingenuità, quei lati ambigui e oscuri dei social già noti a tutti, ma soprattutto perché li mostra ad un pubblico capace di distinguere da solo la differenza tra uso e abuso di determinate pratiche. In questa dimensione, l’approccio moralistico e satirico di Brooker perde potenza, ma soprattutto credibilità, e le stoccate dell’autore inglese finiscono per non essere troppo dissimili da quelle che le vecchie generazioni lanciano contro i comportamenti dei giovani semplicemente perché non li capiscono. L’intero tessuto di Smithereens ci mette poco a “rigettare” l’impianto di Brooker: i personaggi sono animati da motivazioni difficilmente comprensibili, alcune svolte sono forzate e, soprattutto l’epilogo si caratterizza per toni consolatori indubbiamente lontani dallo stile dell’autore. L’ideologia di Brooker si annacqua dunque, e finisce per emergere veramente, forse, solo nella scena durante i titoli di coda.

Smithereens è quindi un episodio che funziona ma per i motivi sbagliati, un ottimo contenitore che racchiude però un contenuto raffazzonato e goffo, che prende l’impianto classico di Black Mirror e lo banalizza, creando un prodotto adatto al pubblico medio ma che, a ben guardare, ben poco ha dell’anima del progetto originale. Un episodio che dà in sostanza ragione a tutti coloro che hanno detto negli anni che la scrittura di Charlie Brooker si è ingentilita e addolcita, perdendo aggressività e smussando quei lati che ne hanno garantito il fascino. Stavolta è accaduto per davvero, ma di buono c’è che toccato il fondo non si può far altro che risalire.

12 Giugno 2019
12 Giugno 2019
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