Westworld, commento all’episodio 2×06 (“Phase Space”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Se lo scorso episodio aveva sorpreso se non altro per la comparsa dell’annunciato Shogun World, giunti al sesto segmento di questa seconda stagione, Westworld comincia con il tirare i fili del discorso e lo fa con un episodio in cui non abbiamo mai un vero e proprio protagonista, ma dove anzi è proprio il quadro generale del racconto a convergere in un’unica direzione. Così, l’abbandono proprio del parco a tema orientale mostra le crepe di una deviazione forse fin troppo palesemente posticcia, volta ad allargare lo spettro di sbigottimento dello spettatore, ma che finisce con il girare a vuoto già dopo i primi cinquanta minuti, rendendo necessario il cambiamento di rotta. La parabola di Maeve la porta finalmente a ritrovare la tanto agognata figlia, “riempita” prevedibilmente (come lasciato intendere dallo stesso Sizemore) con nuovi ricordi e quindi nuovi affetti. La sovrapposizione del passato alla nuova storyline, tuttavia, apre il terreno per la rivelazione finale.

Sul versante della ribellione degli ospiti, Dolores e il ricodificato Teddy continuano la loro scalata per addentrarsi nel mondo reale e dichiarare finalmente guerra agli umani; non fosse che già dopo appena un episodio, proprio la protagonista della serie mostra segni di un rimorso consono al personaggio, ma del tutto affrettati e fuori luogo per la coerenza narrativa (soprattutto dopo che ci sono voluti ben cinque episodi per arrivare a quel gesto estremo nei confronti dell’amato); potrebbe trattarsi dell’ennesimo sgretolamento degli affetti più cari a Dolores, volti a minare proprio le convinzioni basilari all’interno dello schema dissestato del suo essere.

Il nodo più emotivamente significativo del sesto episodio lo dona, anche qui prevedibilmente, la storyline dell’Uomo in nero, messo davanti all’inaspettata ricomparsa della figlia; non che succeda chissà cosa, ma è un altro tassello per delineare la figura più psicologicamente approfondita della serie e su cui si basa gran parte di questa seconda stagione (come dimostrato dallo splendido “enigma della sfinge”). Se da un lato vediamo il suo dubitare costantemente della realtà che lo circonda (in un primo momento non crede all’effettiva “umanità” della figlia, frutto di anni e anni trascorsi all’interno del parco), dall’altro la ricercata riconciliazione di Emily non può che suscitare qualche lecito sospetto. Tale padre, tale figlia.

Le storyline, non dobbiamo dimenticarlo, sono state create per convergere nel presente in cui Bernard ha perso la memoria e sta lentamente ricostruendo gli avvenimenti; proprio a Bernard ci conduce la fine dell’episodio, con questi costretto a connettersi al database del parco per scoprire l’obiettivo di Dolores e soci, ma anche perché qualcosa di sinistro sembra indirizzare proprio il fido consigliere in quella enigmatica direzione. La Culla, come viene chiamata, è il luogo di backup degli ospiti, nella sua configurazione standard: troviamo, così, Bernard nella Sweetwater orignale, con Dolores pronta a perdere il barattolo di latta che verrà prontamente raccolto dal solare Teddy; se non che, un segugio fuori posto conduce l’uomo scopertosi macchina verso il riconoscibile saloon, in cui una vecchia conoscenza sta suonando il piano: “Hello, old friend”, bisbiglia. È Robert Ford (Anthony Hopkins).

12 Giugno 2018
12 Giugno 2018
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