Westworld, commento all’episodio 2×07 (“Les Écorchés”)
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Davide Cantire
- 3 Luglio 2018
[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]
Giunti a tre episodi dal finale di stagione, con la serie rinnovata con successo per una terza mandata di episodi, Westworld ritorna alle atmosfere che ne hanno caratterizzato più la struttura e l’anima nell’annata precedente, ovvero a quell’aura da thriller fantascientifico che è anche il suo vestito più lussuoso e intrigante. La comparsa di Robert Ford nel finale dell’episodio precedente poteva essere facilmente prevedibile, ma non lo è altrettanto il suo sviluppo narrativo futuro. La storyline, dunque, prosegue con un Bernard assoggettato al suo vecchio e rinato padrone (ma è veramente così?). Inutile dire come la sola presenza di un attore di razza come Anthony Hopkins elevi immensamente la qualità – piuttosto nella media a dire il vero – dell’episodio; non è che il resto del cast non sia all’altezza, tutt’altro, ma il personaggio di Ford ha un tale impatto, pathos e dialoghi che rimandano all’anima più filosofica della serie di Jonathan Nolan e Lisa Joy, che quando è in campo si fa fatica a considerare tutto il resto.

Se Ford si è dunque preso una “pausa” dal mondo reale, per Dolores è essenzialmente l’opposto, costretta a una forte reazione per ribadire la sua stessa natura, la sua esistenza in quanto essere senziente e non controllato da terzi; tornano ancora una volta in gioco i temi di libero arbitrio e del potere dei ricordi come vero motore delle nostre azioni quotidiane. Far saltare la Culla e distruggere tutti i backup del parco sembra una missione suicida e necessaria, ma potrebbe non bastare per lo scopo finale. Inoltre, Peter Abernathy possiede davvero il segreto dell’immortalità? Viene esplicitato quanto in The Riddle of the Sphynx ci veniva mostrato attraverso le (bellissime) immagini, e questo è certamente un netto passo indietro: il confronto tra Dolores/Wyatt e Charlotte rende evidente il conflitto morale tra uomo e macchina, con gli uni che bramano ardentemente di diventare gli altri.

Il fatto che quest’ultimo episodio risulti più simile a un finale di stagione che a uno strutturato e in grado di alimentare nuovi dubbi e curiosità attorno alla serie, è la sua pecca principale: una narrazione fin troppo frammentata e incerta nei dialoghi – perché per una volta abbiamo in campo praticamente tutte le storyline principali – una regia virtuosa quanto basta e una serie di interpretazioni di cui solo una lascia davvero il segno (Hopkins), lasciano lo spettatore con l’amaro in bocca e con la speranza che già a partire dall’episodio successivo si cambi decisamente registro e tiro. Considerando che sarà dedicato interamente al personaggio di Akecheta, ci sono ottimi presupposti in questo senso.

