Talk Talk ospiti di Superflash condotto da Mike Bongiorno nel 1984

“Probabilmente faranno uno sbrego”: quando Mike Bongiorno raccontò i Talk Talk all’Italia

Prima di raccontare questa storiella, è necessario fare qualche passo indietro. Ok: molti passi indietro. Trenta anni prima dei fatti di cui diremo, Mike Bongiorno inaugurava le trasmissioni della TV di Stato, la RAI, con il programma Arrivi e partenze. Era il 3 gennaio del 1954. Risale invece al novembre del 1955 la prima puntata di Lascia o raddoppia?, versione italiana del format statunitense The $64,000 Question, andato in onda fino al 1959. L’impatto sull’immaginario collettivo nel Belpaese del boom economico fu enorme (curiosità: al quiz partecipò in veste di concorrente pure un certo John Cage…).

Da allora Bongiorno, un ex-partigiano classe 1924, divenne protagonista assoluto della televisione italiana, azzeccando altri programmi fortunati (Campanile sera, Rischiatutto, Scommettiamo?, Flash) per poi consacrarsi attraverso la conduzione del Festival di Sanremo (ne ha presentati undici: un record probabilmente destinato a non venire mai battuto). Fu tanta e tale la celebrità da indurre Umberto Eco a dedicargli addirittura un saggio (Fenomenologia di Mike Bongiorno, 1961).

Una spiegazione di tale “fenomeno” va ricercata nella sua biografia: nato a New York da madre torinese e padre italoamericano, si trasferì nel capoluogo piemontese dopo la grande crisi del ’29. Fin da ragazzino manifestò la passione per il giornalismo, con un valore aggiunto non da poco: caso raro per un italiano all’epoca, parlava correntemente inglese (meglio: americano). Dopo la seconda guerra mondiale, che non fu certo una passeggiata (catturato dalla Gestapo, finì in un lager austriaco e si salvò per il rotto della cuffia), tornò a New York dove lavorò come speaker radiofonico quindi come inviato per Voice Of America e WHOM Radio.

Al rientro in Italia, nel 1952, portò in dote una grande padronanza delle tecniche e dei codici radiofonici, come probabilmente pochi nel nostro Paese potevano vantare. Entrato in RAI, la scelta di coinvolgerlo nelle sperimentazioni della nascente televisione fu consequenziale. Nell’azienda di Stato rimase fino al 1982, quando, su invito di Berlusconi (che aveva incontrato – rimanendone folgorato – nel 1977), passò al gruppo Fininvest. Il primo programma di grande successo condotto su Canale 5 fu Superflash, la cui puntata inaugurale ebbe luogo nel dicembre del 1982: gli Eighties erano iniziati a pieno regime, con essi la stagione dell’edonismo, degli yuppies, dei paninari e – appunto – delle TV commerciali. Adesso la nostra storiella può iniziare.

I Talk Talk si sono formati a Londra come trio (Mark Hollis, Paul Webb e Lee Harris) nel 1981. L’anno successivo hanno pubblicato l’album d’esordio The Party’s Over, post-punk sbilanciato synth-pop con qualche spunto interessante ma non abbastanza per ottenere grandi riscontri, a parte un lusinghiero ventesimo posto nelle classifiche inglesi del singolo Today. Ma è nel febbraio del 1984 che piazzano la zampata decisiva con l’opera seconda It’s My Life, frutto della collaborazione col quasi esordiente producer Tim Friese-Greene: le fortune del singolo omonimo, pubblicato a gennaio, e soprattutto del successivo Such A Shame (che vedrà la luce nel giugno successivo), spingeranno l’album nelle Top-20 di tutto il mondo e la band nel pantheon dei nomi più interessanti di quella stagione dominata dalla videomusica e dal new romantic (le due cose non erano affatto scollegate).

Intanto però c’era da spingere il disco, e i tre – con l’aggiunta di John “Jeep” Hook (chitarra) e Ian Curnow (tastiere) – partono per un tour che prevede immancabili passaggi radio e televisivi. Quando il 5 aprile del 1984 approdano alla corte di Bongiorno, negli studi Fininvest di Cologno Monzese, in Italia sono più o meno degli sconosciuti, di certo non sono noti al grande pubblico, meno che mai a quello che segue ogni giovedì sera Superflash (un pubblico notevole: 13 milioni di telespettatori a puntata in media).

Va detto che non era la prima volta che sul palco di Superflash accadevano questi “battesimi del fuoco” italiani per band d’oltremanica: era accaduto con i Culture Club (ospiti nel maggio del 1983) e con i Depeche Mode (novembre 1983), mentre a ottobre 1983 si era esibito addirittura il più navigato Mike Oldfield (la cui cantante Maggie Reilly venne paragonata dall’ineffabile Bongiorno a Orietta Berti…). Superflash era sì un programma a vocazione nazionalpopolare, ma caratterizzato da un dinamismo che potremmo definire modernista, tendeva cioè a far collimare l’intrattenimento familista con il nuovo, con il contemporaneo, con l’attualità letta attraverso strumenti tecnologicamente avanzati, a cui rimanda anche l’utilizzo dei sondaggi (redatti dalla società demoscopica Abacus, oggi confluita nel gruppo TNS) per confezionare le domande da porre ai concorrenti.

In questo quadro, e nel più ampio scenario della strategia berlusconiana, il coinvolgimento delle band “per i giovani” obbediva a un progetto ben preciso, che se da un lato doveva testimoniare l’orientamento – appunto – “giovane”, fresco della proposta televisiva del Biscione, dall’altro rientrava in un processo (neanche troppo) sottilmente conformista, la cui finalità era comunicare la novità del linguaggio nel rispetto delle forme mentali e sociali consolidate, sulle quali d’altronde si strutturava il modello commerciale. In altre parole: alle famiglie arrivavano due messaggi, uno di rottura e l’altro conformista, quest’ultimo spesso foderato di tipico sarcasmo benpensante e tradizionalista. Un po’ come andare tutti assieme da Burghy (catena di fast-food fondata a Milano nel 1981 sul modello di McDonalds, che in Italia arriverà solo nel 1985) giusto per ribadire che il risotto allo zafferano è tutt’altra cosa.

Ecco quindi che l’azzimato Bongiorno accoglie i Talk Talk presentandoli come una band che ha fatto furore negli ultimi due anni in Inghilterra. Lo sentiamo dire “probabilmente faranno uno sbrego”, espressione intrisa di slancio giovanilista assai forzato ma, appunto, funzionale. Quindi li definisce autori di una “musica aggressiva che piace ai giovani, ma con qualcosa di melodico”: quest’ultima potrebbe sembrare una definizione un po’ goffa ma efficace del cosiddetto new romantic, mentre in realtà altro non è che il frutto della suddetta tendenza a normalizzare la proposta, a ricondurre lo strappo sotto la toppa, a rassicurare l’audience. Dopo l’esibizione (in rigoroso playback), il conduttore si rivolge ai tre con fare paterno, scherza sulla mania per i francobolli di Webb e sulla passione per la pesca di Harris, quindi – soprattutto – dialoga con Hollis, e qui la cosa si fa interessante.

Sollecitato sul significato di Talk Talk, sul perché abbiano scelto quel nome, Hollis spiega che si riferisce all’abitudine diffusa di parlare troppo. Però Mike – che, ribadiamolo, parla benissimo inglese – traduce per il pubblico “è perché sono dei gran chiacchieroni”. Hollis fa buon viso a cattivo gioco, appare vagamente sconcertato ma sembra fregarsene. Bongiorno gli chiede quindi di parlare del nuovo album, al che Hollis inizia a spiegare che “la musica è tutto”, cita addirittura A Love Supreme di John Coltrane, però Mike lo interrompe, invita a tagliare corto e nel tradurre “normalizza” dicendo che nel disco possiamo sentire “la vita di tutti i giorni”. Più che un caso di “lost in translation”, una schiacciasassi in azione.

Attenzione però: a differenza di altri casi in cui a emergere è la sprovvedutezza dell’intervistatore – vedi Pippo Baudo vs. Battiato o Celentano vs. Bowie – quella di Bongiorno è una condotta tutt’altro che sprovveduta, al contrario obbedisce a una ben precisa impostazione, a un progetto strutturato e di prospettiva. L’immaginario pop-rock veniva contemplato come elemento funzionale allo spettacolo, quindi oggettivizzato e necessariamente formattato, ridotto alle sue parti utili per l’economia dello show e – quindi – del pubblico. Un pubblico che si voleva nuovo dal punto di vista delle prassi (distratto dalle forme paludate e istituzionali di stampo RAI, devoto all’incantesimo dello spot come epifania di modernità verificabile sugli scaffali del supermarket), ma tradizionale riguardo alla conformazione sociale (la pubblicità si rivolge a telespettatori con ben specifici ruoli professionali e familiari).

Perciò Bongiorno accoglieva di buon grado band come i Talk Talk, spacciandoli come segno di un “nuovo” colto nel momento dell’effervescenza, ma non poteva dare loro voce, non poteva trasmettere un messaggio dissonante rispetto al copione: difatti, le sue “traduzioni” sono battute preimpostate, sono il copione che si sostituisce alla realtà. Sono la pianificazione che produce la realtà televisiva, continuamente in procinto di sostituirsi alla realtà per dare vita alla realtà autenticamente rovesciata di debordiana memoria. Qualche anno più avanti, la televisione imparerà a produrre da sé i “contenuti musicali”, in quella sorta di autofagia priva di sostanziali dissonanze che tu chiamali se vuoi talent. Ma questa è un’altra storia.

Allargando l’obiettivo, in questo siparietto è già contenuta tutta l’inadeguatezza dei Talk Talk rispetto al contesto in cui si trovarono proiettati. Band di ricerca seppure in una fase di manifestazione pop, in quel 1984 non si opporrà alle esigenze promozionali imposte (legittimamente) dalla EMI, ma timbrerà il cartellino obtorto collo, prestandosi a interviste e apparizioni televisive con crescente riluttanza. Neppure due anni più tardi (febbraio 1986), The Colour Of Spring testimonierà una notevole stratificazione (e, nel contempo, una rarefazione) delle trame pop, solo un assaggio tuttavia della stupefacente astrazione rock-blues-folk-jazz conseguita nel capolavoro Spirit Of Eden, col quale si sottrassero definitivamente alla presa della macchina.