Cantautorato hip hop «senza rap». Intervista a Omake
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Luca Roncoroni
- 11 Settembre 2015
Omake è un progetto di Francesco Caprai, all’esordio nel 2015 con l’album di debutto Columns pubblicato dall’italiana Sherpa Records. Figlio ibrido di un approccio radicalmente post punk applicato ai più recenti e attuali filoni electro-r&b, il sound di Omake è un melting pot sonoro profondo e stratificato che realizza un cantautorato hip hop «senza rap» in cui «la raccolta emozionalità del soggetto si compenetra senza rotture con l’eleganza del mezzo» (dalla nostra recensione). Abbiamo approfondito le radici del progetto grazie a una bella chiacchierata con Francesco Caprai.
Da dove viene il nome Omake e cosa significa?
“Omake” è un termine giapponese che non ha un vero e proprio equivalente in italiano. Sono quella sorta di “contenuti” che non sono finiti nella versione finale di un anime o di un manga. Non a caso Florida, che è stato il primo pezzo scritto per questo progetto, trae ispirazione proprio da un anime (Freedom, per l’esattezza) che mi aveva particolarmente emozionato perché raccontava un innamoramento molto simile a quello che mi era appena accaduto in quel periodo. Sono molto appassionato di quella cultura, come si può evincere da tutto questo. La ricerca di un sentimento puro che non si rifà alle logiche occidentali, legate alla ricerca della sessualità in primis.
Come nasce il progetto Omake e da quanto sei attivo con questo moniker?
Il progetto nasce quasi esattamente un anno fa, giugno 2014. Registrai Florida, la feci ascoltare a Marco Masoli che già conoscevo e stimavo per i gusti musicali, giusto per avere un parere. Lui mi disse che il pezzo lo aveva colpito, e che stava aprendo un’etichetta insieme a Simone Castello, anche lui persona che già godeva della mia stima. Da lì è partito poi il tutto.
Proprio a proposito di Florida, che è un pezzo esclusivamente acustico: ho scritto nella mia recensione di Columns che «le canzoni sembrano essere state scritte in solitudine, al buio, con una chitarra in mano». Tutti i pezzi di Columns sono nati acustici?
È proprio così. Vengo dal punk, era impensabile per me approcciarmi alla scrittura con qualcosa che non avesse le corde. Ma dato che la mia personale “missione” è quella di ripropormi sempre in una veste nuova (ripropormi, in primis, a me stesso), volevo mettere nel disco le influenze hip hip/r&b che avevo. Lì quindi ho coinvolto il mio concittadino Davide Barbafiera, che ha capito perfettamente la mia visione, e ne è nato Columns. Ammetto candidamente che molti dei meriti vanno a lui, che ne è stato produttore.
Le influenze hip hop/r&b di cui parli fanno parte di te solo grazie ad ascolti, o hai avuto anche esperienze “attive” in quel mondo?
No, non ho esperienze attive. Ho però molte conoscenze in quell’ambiente, come The Essence, con il quale ho fatto una rivisitazione di Hold On, We’re Going Home di Drake. Credo che Columns, per come è stato concepito e proposto in molti live, abbia avuto modo di presentarsi come un progetto hip hop. Hip hop senza rap, paradossalmente.
Definizione calzante. L’ossatura ritmica è sicuramente hip hop al 100%, mentre il tuo cantato è un po’ al crocevia tra punk, wave e cantautorato. In merito ai testi come ti collochi? Che temi affronti e come nascono?
Ti parlo dei testi di Columns, dal momento che le cose nuove che sto scrivendo stanno andando (ovviamente) in un’altra direzione. Per Columns volevo una cosa autobiografica. Stavo per compiere 30 anni, e la cosa mi spaventava. Ho scritto di quelle paure guardando me, l’altro e gli altri.
Come nasce invece la collaborazione con Machweo in Slowrunner?
Oltre che l’hip hop, mi piaceva l’idea di mettere in Columns la musica elettronica propriamente detta. E dato che come hai notato mi piace molto lavorare con altre persone, ho deciso di lavorare con Machweo grazie alla sua amicizia con Marco Masoli (di cui parlavo sopra), per proporgli questo featuring. Lui si è dimostrato interessato alle mie cose, ed ha accettato.
Se dovessi scegliere un’unica traccia che sia rappresentativa di Columns e del particolare Omake rappresentato nel disco, quale indicheresti?
Darkside / The Fighter. Non è necessariamente la migliore, ma è la prima che ho scritto pensandola da subito nella sua veste finale, e non come pezzo acustico. È stata quella che ha fatto nascere Columns, in pratica.
Il campionamento che si sente è Kanye West?
Esatto. Kanye West è stata senza dubbio la mia influenza più grande, e lo volevo celebrare diciamo. La sua influenza è stata magari non molta, dal punto di vista della scrittura, ma piuttosto nei termini dei quel rinnovarsi di cui ti parlavo poc’anzi.
Prima hai descritto il legame tra il termine Omake e la ricerca di un sentimento puro svincolato dalle logiche occidentali quasi obbligatoriamente “sessocentriche”, oltre alla contingenza di Columns rispetto a questo particolare periodo della tua vita (la soglia dei 30 anni). Che tipo di amore è cantato nel disco? Mi viene da pensare a tracce programmatiche fin dal titolo, come Purest Love…
È difficile da dire. Davvero. Sicuramente è un amore in cui il sesso è un aspetto non contemplato, ma si fa più riferimento ad una quotidianità che viene a mancare, e alle conseguenze di questo. Purest Love, dal titolo e dalle melodie “ampie”, può sembrare un pezzo di grande positività, quando invece è molto drammatico.
Progetti per il futuro? So che potrebbe esserci già un secondo capitolo Omake in cantiere…
Esatto, ho iniziato a scrivere il nuovo album proprio in questi giorni. Ho le idee chiarissime su come suonerà, posso solo dire che, per i motivi di cui abbiamo già parlato in questa intervista, avrà ben poco a che vedere con Columns. Sto esplorando soluzioni completamente diverse. Non mi posso sbilanciare oltre, però vorrei farlo uscire nella prima metà del 2016. Adesso ho molte date in programma da qui a fine anno, poi mi dedicherò per un po’ di tempo esclusivamente a reinventare completamente tutto il progetto Omake.
Puoi lasciarci con una breve playlist composta da cinque pezzi che ti hanno influenzato nella composizione di Columns o che semplicemente hanno caratterizzato questo periodo della tua vita?
Credo che da questa mini playlist si evinca abbastanza bene da dove è nato il mix sonoro che si sente in Columns:
The Weeknd – High for This
Kanye West – Runaway
Petite Noir – Till We Ghosts
Depeche Mode – Useless
The Smiths – Hand in Glove


