Recensioni

Non è sempre facile distinguere il genio vero, una pulsante vena creativa e le sperimentazioni realmente genuine dall’inutilmente pretenzioso, dall’esercizio di stile fine a se stesso e dal “famolo strano un po’ a caso che magari abboccano”. È ancora meno facile quando ad imporsi su questa pericolosa linea di confine immaginaria è un gruppo al debutto discografico, per di più in un periodo storico in cui un certo tipo di pop dalle elevate velleità art è ormai stato sdoganato ed è diventato più digeribile anche per il grande pubblico.
Loro si chiamano Adult Jazz, sono in quattro (Harry Burgess, Tom Howe, Tim Slater e Steven Wells) e provengono da Leeds. Li abbiamo segnati senza indugi in agenda fin dal primo singolo Springful pubblicato ad inizio anno, colpiti da un tutt’altro che timido incrocio tra le ritmiche spezzate dei Dirty Projectors e l’operato targato Alt-J.
Se i Wild Beasts sono un po’ i numi tutelari, gli Everything Everything i fratellastri, gli Alt-J i discendenti più in vista, i Glass Animals quelli più orecchiabili e Cosmo Sheldrake ed i Febueder quelli ancora nell’ombra, gli Adult Jazz sono coloro che fino ad oggi hanno spinto più in là le complessità ritmiche avventurandosi spesso e volentieri in vortici di poliritmie, in intrecci di gesta vocali e in strutture free-form. Che sia il frutto di freddi calcoli per essere cool in quanto ostici o se sia veramente il risultato di un flusso incontrollabile di estro e fantasia, non ci è dato saperlo, ma poco importa, perchè una volta fatto partire l’esordio lungo Gist Is è difficile non rimanere prima incuriositi e poi catturati da una sottile tela che avvolge lentamente, beat dopo beat, intuizione dopo intuizione.
Il “jazz” sbandierato fin dal nome è presente, ma in modo diverso dalle sfumature smooth degli ultimi Antlers: l’aspetto jazzy di Gist Is è quello che non concede spazio alla prevedibilità e che porta tutto ad un intricato livello all’apparenza quasi randomico. Rispetto ai colleghi gli Adult Jazz inoltre arricchiscono la proposta con scale cromatiche prese in prestito dalla world music (afro, calypso…) più tradizionale rese possibili da soluzioni mantriche e da una grande varietà strumentale.
Un lungo labirinto di misure composte e dissonanze melodiche interpretate da un Harry Burgess che compensa un timbro vocale meno carismatico rispetto a quello di Hayden Thorpe o di Joe Newman con slanci eclettici e continui saliscendi. Ma se fosse solamente un discorso di caos al limite del cacofonico, non saremmo di certo qui a promuovere queste nove – lunghe – tracce: gli Adult Jazz sanno anche come entrare in testa e lo fanno in modo subdolo: nell’ottima opener Hum con le frasi ripetute e con un improbabile effetto sulla voce preso in prestito dalle avanguardie elettroniche, con il ritmo acustico e con la cantilena del “ritornello” di Bonedigger o anche con la cadenza sbilenca pseudo-hip hop del beat di Springful.
Quantità debordanti di micro dettagli stratificati si alternano ad introspezioni minimali e i momenti più solari si plasmano con passaggi che si fanno apprezzare maggiormente di notte, con la luce spenta; è proprio questo equilibrio, che si nasconde sotto a tonnellate di voli pindarici musicali, a rendere Gist Is uno di quei rari debutti in grado già di sorprendere per maturità.
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