Everything Everything (UK)

Biografia

Un progetto eclettico e dalle strutture altamente complesse che guarda all’R&B per congiungersi al math-rock sporcandosi di glitch pop non poteva che prendere il nome di Everything Everything. Contraddistinta dal falsetto del frontman Jonathan Higgs e da un’estetica a dir poco futuristica, la musica del quartetto inglese ha saputo attirare a sé un pubblico in continua crescita fin dal debutto con Man Alive, uscito per la major Geffen nel 2010 e nel quale «ogni brano comincia in un modo, ma è difficile capire dove andrà a parare, un po’ come se gli Of Montreal avessero messo un turbo indie-disco travestendosi da Bee Gees».

Pur essendo nati all’interno dei confini britannici nel 2007, gli Everything Everything sembrano non risentire del clima dominato dalla nu rave (la cui fiamma si sarebbe comunque affievolita di lì a poco) e dall’elettronica ridotta ai minimi termini, e anzi paiono rifiutare totalmente la lezione impartita da gruppi quali Shitdisco (Glasgow) e i londinesi New Young Pony Club per dedicarsi a qualcosa di più raffinato e pomposo.

Jonathan Higgs (voce, chitarra, tastiere e laptop), Alex Niven (chitarra e cori) e Michael Spearman (batteria e cori) si incontrano ad Hexham alla Queen Elizabeth High School, dove partono con i primi tentativi d’approccio alla musica. Il primo dei tre, durante i suoi studi universitari in musica popolare e registrazione, ha modo di fare la conoscenza di Jeremy Pritchard, che sarebbe divenuto il bassista della band. Come afferma quest’ultimo, l’idea primordiale era quella di creare qualcosa di punk, scevra da sonorità artefatte tramite sintetizzatori, per essere il più semplici e diretti possibile sul palco. Una volta guadagnati i soldi per potersi permettere l’attrezzatura adeguata, tuttavia, la band cambierà qualcosa e sarà inevitabile un’evoluzione del sound.

Nel 2008 esce il singolo numero uno degli Everything Everything, Suffragette Suffragette (XL Recordings), anche grazie alla mano che il produttore David Kosten, già noto per aver lavorato con Bat For Lashes, tende al quartetto. Il secondo pezzo pubblicato come singolo è Photoshop Handsome, fatto uscire il 20 luglio 2009 in edizione limitata su vinile da 7 pollici. Si tratta della prima testimonianza di inserti elettronici e di synth all’interno di un brano del gruppo, un caso che crea un precedente da cui la band difficilmente si scosterà in futuro. La trilogia di singoli si chiude su etichetta Young & Lost Club nell’autunno dello stesso anno con MY KZ, UR BF, l’unica traccia delle tre senza un videoclip di accompagnamento che sia stato realizzato autonomamente dai quattro.

Nonostante i riscontri positivi da parte della critica, l’allora chitarrista decide di cambiare strada e svoltare verso la carriera giornalistica, abbandonando i colleghi musicisti e facendosi rimpiazzare da Alex Robertshaw. Che Niven abbia commesso un fatidico errore? Non è dato a sapersi, ma è un fatto che il 2010 diventa l’anno fortunato per Higgs e soci, i quali firmano il contratto con Geffen Records e sganciano Schoolin’, il singolo che segna l’entrata ufficiale nelle classifiche nazionali, al posto 152. Tassello dopo tassello, gli Everything Everything sono pronti alla release di Man Alive, l’esordio sotto l’ala protettrice di Kosten, che raggiunge un notevole successo, sia in patria che all’estero. «La band di Manchester è la creatura di Jonathan Higgs che nella sua cameretta ha giocato con tutti gli strumenti, computer e amenità varie che hanno reso famosi nel mondo gli slacker di ogni latitudine. Evidentemente la fantasia di Higgs è più vicina alla bulimia che alla sana fame di conoscenza musicale, così ogni brano di Man Alive è un tale miscuglio di generi e suoni da lasciare esterrefatti», scriviamo nella nostra recensione dell’album uscito il 30 agosto del 2010.

L’impronta lasciata dal debutto è talmente grande che il gruppo art-pop viene chiamato due anni dopo per aprire i concerti degli Snow Patrol e successivamente dei Muse. E la storia non finisce qui. Mantenendo la collaborazione con David Kosten, divenuto ormai uno di famiglia ma passando a Sony RCA, gli Everything Everything iniziano a lavorare al secondo album, Arc, sicuramente più alla portata di tutti di quanto non sia stato il fratello maggiore, benché sempre legato al paradigma del “più roba c’è, meglio è”. Raccontiamo a tal proposito in sede di recensione: «gli arrangiamenti operano questa volta in modo subdolo, risultando sempre al servizio della canzone, stratificati ma mai sovradimensionati o, peggio, mero ammasso di esercizi tecnici. Il risultato è una solida collezione costellata da brani single-worthy: dalla powerhouse ritmica Cough Cough all’altrettanto anthemica Radiant, dal refrain all’elio Passion Pit-iano di Kemosabe al 90s R&B via robo-pop di Armourland, c’è tutto il materiale per campeggiare a lungo sulle chart britanniche». Insomma, potremmo quasi concludere che Higgs abbia il vizietto di condire eccessivamente, risultando barocco e sfarzoso quanto un salotto alla Luigi XIV.

Tra tour e riconoscimenti, il 17 febbraio 2015 il nuovo singolo Distant Past– con video allegato diretto dal multitasking frontman- fa capolino per ricordare agli esseri umani i loro istinti animaleschi, impossibili da negare nemmeno dopo secoli di progresso scientifico e civilizzazione. Zane Lowe di BBC Radio 1 presenta il brano anticipando che il terzo album degli Everything Everything sarà letteralmente “the hottest record in the world”, più per le tematiche forti e di attualità che per il suo contenuto musicale: dall’Isis alle epidemie, dal partito UKIP alle tensioni tra Stati, Get To Heaven dimostra la maturità della band e la sua presa di posizione nel bel mezzo di un periodo che storicamente ha ben poco di spensierato. Jonathan Higgs stesso afferma: «dopo aver finito le registrazioni, ho riletto i testi e ho realizzato che avevo scritto una bibbia tremenda». Noi abbiamo modo di osservare, recensendo il disco, che «gli Everything Everything sono coscienti delle proprie capacità e non temono ripercussioni: l’unanimità nei confronti delle scelte artistiche che compiono è qualcosa che non esiste nel loro vocabolario. Il 2015 è l’anno in cui i Nostri hanno deciso di guardare la realtà dei fatti dritta negli occhi, affrontandola di petto anziché esorcizzandola».

Dal paradiso all’inferno il passo è molto più breve di quello che ci si può immaginare. Trump, la Brexit, razzismo e quello che sembra l’apice di un lungo periodo di inquietudine si riversano nuovamente nei testi e nella musica degli Everything Everything che nell’agosto del 2017 pubblicano A Fever Dream, un album che filtra le paure febbrili del collettivo in una drammatica dimensione personale. I testi di Higgs continuano a miscelare ansie, citazioni e riferimenti a eventi storici così come alla letteratura e alla filosofia (Night Of  The Long KnivesIvory Tower), mentre la musica del quartetto si dirama verso traiettorie pop (Can’t Do) e territori art-pop (la title-track). D’altronde, come notato in sede di recensione, «gli Everything Everything c’erano arrivati prima ancora di Django DjangoAlt-j e dei primissimi Glass Animals: velluto e nevrosi, plasticità e profondità. Rimanere in equilibrio su questo piano inclinato non è facile ma, una volta trovata la propria prospettiva, si unisce l’utile al dilettevole. A Fever Dream è probabilmente il miglior album degli Everything Everything, complesso e labirintico perché sono geni cari al DNA della band ma, allo stesso tempo, fluido e multi-sfaccettato. Verrebbe da pensare al termine “mascherato”, come i ballerini nel video di Can’t Do: essere intrappolati in una sorta di selva oscura, condannati a ritrovare la propria identità soltanto dopo aver vissuto più vite».

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