Recensioni

A volte il motto “il secondo difficile album” è utilizzato a sproposito: purtroppo non è il caso dei Dry The River. La band inglese infatti ha raccolto meno di quanto era lecito aspettarsi dopo l’hype pre-debutto lungo (inclusione nella lista BBC Sound 2012 per dirne una) e lo ha fatto con un disco, Shallow Bed, che per quanto ampolloso e fin troppo melodrammatico conteneva almeno tre o quattro canzoni con la “C” maiuscola.
Top 30 e 5.900 copie in UK nella prima settimana sono sicuramente risultati che buona parte delle band inglesi può solo sognare, ma all’album di Peter Liddle e compagni è mancato il fattore fondamentale: quella longevità che – per fare un esempio vicino per hype, pre-album e per coordinate temporali – ha regalato ad An Awesome Wave degli Alt-J parecchie soddisfazioni, dopo un debutto in classifica da appena 6.700 copie. E dire che ai Dry The River non mancava quasi nulla, in primis una forte componente folk (in quel periodo dominante nella sua versione più radiofonica) convogliata in modo convincente anche in dimensione live ,dove i Nostri si sono dimostrati fin da subito abili operai capaci di alternare momenti corali a sfuriate rock.
Gioco che non vince… si cambia. Ecco quindi che per il secondo album, intitolato Alarms In The Heart, i Dry The River si presentano in una veste rinnovata, senza l’importante apporto del violinista Will Harvey ma con una serie di produttori di spicco: Charlie Hugall (Florence and The Machine, Ed Sheeran), Peter Miles e Paul Savage, batterista dei Delgados, producer per svariate band scozzesi (Franz Ferdinand, Mogwai, Arab Strap) e dolce metà di Emma Pollock (voce dei Delgados, qui presente nel brano Roman Candle).
Nonostante il contributo in termini di arrangiamenti di un manipolatore etereo come Valgeir Sigurðsson (Ben Frost, Sigur Rós, Björk, Tim Hecker), Alarms In The Heart è un disco diretto che regala poche emozioni in termini prettamente musicali, a causa di un impianto chitarra/basso/batteria piuttosto ordinario, privo di grosse intuizioni – e delle dosi folkish del primo disco – su cui Peter Liddle impone il suo timbro riconoscibile e armonioso (a volte quasi stucchevole).
Più “elettrico” e chitarristico di Shallow Bed, Alarms In The Heart in realtà rifiuta comunque gli eccessi sonici, preferendo limitarsi all’ordinarietà di un generico pop-rock dagli angoli smussati. Fortunatamente i quattro sembrano prendersi meno sul serio rispetto ai primi tempi e anche dai videoclip traspare una vena quasi (auto)ironica che ti aspetteresti semmai da un gruppo power-pop, non dagli autori di un anthem malinconico come No Rest. Il gioco riesce per metà: se Gethsemane – i riferimenti biblici continuano ad essere un leitmotiv – funziona e non si discosta troppo dalle sonorità e dalle armonie con cui i Nostri si sono fatti conoscere e Everlasting Light – più patinata ma orecchiabile – non fa rimpiangere più di tanto l’operato precedente, altrove ci si trova invece in acque stagnanti composte da brani piatti e senza caratteristiche peculiari. Lo confermano Hidden Hand e la titletrack – dove troviamo qualche residuo folk-rock nello strumming – mentre Med School, pur vantando un bel cambio di ritmo, presenta un chorus troppo telefonato per poter resistere alla lunga.
Va apprezzato il tentativo di evoluzione e continuano ad ammaliare alcune trovate melodiche, ma a conti fatti Alarms In The Heart non è altro che una collezione di tracce incapaci di lasciare il segno.
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