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Era solo questione di tempo e infine è arrivato; Bimbi è il pezzo prodotto da Charlie Charles – il nome principale dietro alle basi di (quasi) tutti i principali nomi di questa nuova scena – che raccoglie una cinquina “all-stars” tirando un po’ le fila di quanto fatto fin qui: Izi, Rkomi, Tedua, Sfera e Ghali, quindi all’appello mancano solo Laioung e i pischelletti dark, ma ci torneremo. La traccia, quasi inutile dirlo, funziona. Il beat sarà al solito esaltato dai cultori del giro, ma di fatto è esattamente quello che era ovvio aspettarsi date le premesse, e procede con il pilota automatico; ritornelli non ce ne sono, e nelle cinque cinque strofe ognuno prova a fare il meglio che può, con le rispettive peculiarità. La cosa può piacere o meno – e su queste pagine ci siamo già espressi – ma è innegabile che il pacchetto, preso come traccia manifesto del trend, è efficace.

Assodata la recente marginalizzazione della Dark Polo Gang nel panorama – vuoi per gli scivoloni razzisti, vuoi per la voluta (?) estremizzazione dei tratti parodici e parossistici – resta evidente la vitalità attuale della scena (ormai questa parola si può spendere). Il resto del mondo hip hop italiano vive la cosa in vari modi. C’è chi, come Murubutu, vede il fenomeno come qualcosa di passeggero e modaiolo che sarà riassorbito in breve tempo, e procede con coerenza lungo il suo personale percorso. C’è chi magari ne assimila occasionalmente qualche soluzione stilistica, personalizzandola ed adattandola a sé, come il Mecna dell’ultimo Lungomare Paranoia. C’è poi chi invece la mano prova a tenderla, se per opportunismo o reale apprezzamento non ci è dato saperlo. Pensiamo a Il Ritorno delle Stelle, penultima traccia del nuovo lavoro di Dargen D’Amico, Variazioni, con featuring ancora di Tedua, Izi, Rkomi. Qui, pur a fronte delle prevedibili polemiche preventive e prevenute dei soliti leoni da tastiera, i risultati del ponte raggiungono livelli qualitativi senz’altro apprezzabili. In questi giorni sono arrivati poi due dischi strettamente comunicanti (anche solo per i trasversali incroci di collaborazioni) da due nomi fondamentali della “vecchia scuola”: parliamo di Fenomeno, ottavo album di Fabri Fibra, e Mia Maestà, ovvero il ritorno di Bassi Maestro dopo quattro anni di silenzio. E sono due dischi che con l’ala trap del panorama dialogano, ognuno a modo suo.

Fibra ha ripetutamente preso per i fondelli la DPG, in interviste, vines e insta stories varie. Oltre allo scimmiottamento della gag con la scharpa-phone, la frecciata principale riprendeva quella che è poi la critica principale mossa ai pagliacci romani: forma ante sostanza, quindi passate meno tempo su Instagram e di più in studio a registrare. Ospite in radio per presentare Fenomeno, si prodiga poi in una divertita parodia della trap con tanto di sccrrrr di rito. Poi però, imboccato da Albertino, spende parole a favore della “scossa” data dai giovanotti, e in effetti scorrendo la tracklist del suo nuovo disco ci si imbatte anche in un feat. Laioung (Dipinto di Blu). Sempre in Fenomeno compare però anche il patetico cantore dell’immaginario patinal-nostalgico tardo adolescienziale italico Tommaso Paradiso (Pamplona). Viene così da pensare con un po’ di cattiveria che forse da parte del buon Fibra ci sia anche un po’ di paraculismo nel voler cavalcare tante ondine diverse. Il disco comunque, nel complesso funziona.

L’immaginario è il consueto: un po’ di fango tirato addosso alla scena, la droga, le fighe, lo squallore, i soldi, i locali pieni di gente vuota, il successo come rottura di palle, insomma ci siamo. Tra le pieghe, c’è spazio anche per un po’ di populismo spicciolo («e sui giornali i politici insistono, così distanti, quanti problemi ci fanno sul fisco? La soluzione ce l’hanno davanti») e di paranoie telefonate su dove andremo a finire in questo mondo sempre più social («la tecnologia ci controlla, ma chi controlla la tecnologia?»), qualche consueto giochino semantico più o meno ambiguo sull’erba («mi sono perso dammi una cartina») e perfino una ballatona d’amore disilluso (Stavo Pensando a Te). Con la trap ci si prova (Invece No, Le Vacanze) senza convincere troppo, e in un disco dove quasi tutti i pezzi hanno un tiro da potenziale singolo, i due episodi migliori sono proprio le due tracce scelte (la title track e Cronico). Il meglio arriva però in coda, dove su due basi un pochino più sporche e grimey (Nessun Aiuto e Ringrazio) Fibra prova a togliersi un peso, sputando una valanga di merda sulla madre e su Nesli. Ed era da un bel po’ che non lo sentivamo così urgente e sincero (Voto 6.6).

Bassi invece torna con un album lunghissimo (forse troppo), da addirittura 22 tracce tra bonus e skits vari, dove le parole chiave sono “tradizione” e “autoreferenzialità” (non che il titolo lasciasse spazio a molti dubbi). La prima, e non è assolutamente intesa in senso negativo, è declinata tanto nel flow quanto – soprattutto – nelle basi: quasi tutte prodotte dallo stesso Bassi partendo dai samples, si muovono con un piglio bello old school tra classicismi vari e qualche occasionale e non troppo esasperata ventata di novità (Poco Cash). Si sente quasi un’orgogliosa chiusura verso le mode più o meno passeggere di adesso, e lo sguardo è volutamente fisso verso quei ’90 che gli hanno dato i natali artisticamente. Da qui si arriva all’altra parola, di cui è pregna soprattutto la prima metà del disco: qui Bassi rarissimamente si stacca dal cliché del vecchio leone intoccabile grazie al suo background; lui fa i dischi da vent’anni ed è ancora sul pezzo, ma l’aria è soprattutto quella della retrospettiva di fine carriera. Un po’ quella che si respira – con i dovuti distinguo e le debite proporzioni – in Godfather di Wiley (giusto per restare tra i dischi di quest’anno firmati da nomi che per i destini del rispettivo movimento qualcosina hanno contato). Il momento migliore arriva con Sorry, confessionale a cuore aperto dove ammenda è fatta su qualche svolta non troppo felice e altre considerazioni – «Mi spiace per le mosse semi-commerciali, ho calcolato male i miei piani». Tutto scorre piacevole e godibile, difficilmente memorabile (Voto 6).

11 aprile 2017
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