• set
    22
    2014

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Island

La lunga corsa verso il successo dell’irlandese Hozier (Andrew Hozier-Byrne all’anagrafe) passa inevitabilmente dall’omonimo album d’esordio, contemporaneamente un punto d’arrivo e un punto di partenza.

Punto d’arrivo se parliamo della gavetta che ha regalato al ventiquattrenne di Bray parecchie – e probabilmente inaspettate – soddisfazioni: dal successo ottenuto settimana dopo settimana dal suo singolo Take Me To Church, alle apparizioni televisive (a maggio è stato ospite da Letterman e da Ellen DeGeneres), passando per la conferma discografica del secondo EP From Eden.

Punto di partenza se guardiamo invece nella direzione di una consacrazione probabile ma non necessariamente scontata. Effettivamente le cifre che stanno totalizzando George Ezra con Wanted On Voyage, Vance Joy con Dream Your Life Away e soprattutto Sam Smith con In the Lonely Hour parlano chiaro e assumono la connotazione di una controprova del fatto che il grande pubblico è portato ad acquistare certi dischi anche dopo un anno di bombardamento mediatico: Budapest, Riptide o Take Me To Church (tutte e tre incluse nella nostra compilation Tracks from EPs 2013) avevano già stancato i più ad inizio 2014, eppure i loro autori non sembrano assolutamente voler rallentare il proprio percorso.

Rispetto ai tre newcomers citati in precedenza, Hozier ha tenuto un profilo più basso, continuando a mostrare un’attitudine da musicista poco interessato a quello che si muove attorno alla sua figura pubblica. Tra venature soul, pop, folk e sprazzi di rock è la componente blues a farsi largo con più forza, figlia di una passione che Andrew si porta dietro fin da piccolo, quando il padre – un bluesman di Dublino – lo sottoponeva all’ascolto di John Lee Hooker e Muddy Waters. Il vecchio blues, capace di contagiare anche gli ultimi Arctic Monkeys e Alt-J (la black-keysiana Left Hand Free), torna quindi ad essere un punto di riferimento per la musica inglese.

Hozier – l’album – è però un lavoro riuscito solo per metà: tra le – forse eccessive – tredici tracce (diciassette nella versione deluxe) non mancano i passaggi a vuoto ed in generale si ha l’impressione che il Nostro non abbia espresso tutto il potenziale di cui dispone, finendo più volte per cadere in manierismi da classifica amplificati da arrangiamenti a grana grossa e dalla produzione di Rob Kirwan. È il caso di Sedated con il suo ritornello da boy band, di Jackie and Wilson, tributo a Jackie Wilson (“we’ll name our children Jackie and Wilson, raise em on rhythm and blues“) e dell’easy-listening Someone New dove si palesano sfumature non troppo distanti dal territorio Counting Crows.

E’ lapalissiano che in un prodotto di questo tipo ci si aspettino concessioni al radiofonico ma la vera forza di Hozier si palesa negli spunti chitarristici (To Be Alone – peraltro meglio qui che su disco – e la slide-guitar di It Will Come Back) e nei brani più intensi e meno orecchiabili, come nel folk-gospel di Like Real People Do (già presente in Take Me To Church EP). L’altro passaggio in finger-picking acustico – In a Week, in duetto con la conterranea Karen Cowley – alterna momenti di magia ad altri decisamente stucchevoli.

Negli oltre cinquanta minuti di Hozier, l’irlandese mostra una grande abilità nell’unire atmosfere d’antan ad aperture più moderne ma, con un pelo di rammarico, gli highlights in formato pop continuano ad essere le titletrack dei rispettivi EP pre-album.

24 settembre 2014
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